domenica 31 luglio 2011

Occitania

Il sole dell'Occitania illumina, non solo campi di mais o il lago lontano, anche quest'anima perduta che da un anno vaga di terra in terra, come l'Ebreo errante, senza pace, senza quiete.

Ed è giunta l'ora, il momento perchè le cose del passato se ne vadano, che le miserie, le lacrime, la follia vada, non so dove, ma non con me.

Chiudo questo blog, sento che in qualche modo non m'appartiene più. Forse un giorno ne verrà un altro, forse.

Basta scimmie. Che altri animali arrivino, api o gatti, o esseri umani, quello che sarà.

Eu vou sem nenhuma direcção,
E eu sou não preciso nada mais,
Lua, estrela, meu caminho meu destino,
Lua, sol, me dá o seu calor,
Chuva, o seu olhar,
Que me dá o seu calor, que me dá a direcção,
Que me dá o meu valor, que me dá o seu calor,
Eu vou eu vou, eu sou eu sou,
Eu vou eu vou, sem nenhuma direcção

Thievery Corporation

martedì 12 luglio 2011

Risiera

I colori, la lingua, un albero, i ricordi, le promesse di gloria, tutto un'immensa bugia, niente esiste veramente, nella fusione delle cose, inevitabile, si realizza che tutto è uno e che qualsiasi cosa accada, non c'è nulla per cui valga la pena davvero risentirsi, urlare o piangere...ci vorebbe un'immensa risata che avvolga le nostre anime barcollanti in una nebbia fasulla.

Un grappolo di ribes, una ragazza spagnola o un tempio di Bangkok, l'aria fresca mentre in motorino una risiera si illumina di un verde intensissimo...
Qualche sorso, mi dono per un attimo l'illusione di una calma da sempre agognata. Per 30 anni ho cercato ovunque e qualsiasi cosa, negli altri e in strade senza nome, in luoghi dai nomi magnifici eventi, oggetti, momenti al di fuori di me. E' come la storia di un mendicante seduto su una cassa piena di oro.

Frammenti di pensieri, che schizzano ovunque e che per ora stanno fermi, indolenziti. Una molecola o due, per poi scoprire che tutto è già qui.

Buffa la vita.

Goccie di quiete

Piove, un amico lontano e chiacchiere a richiamare il presente che mi sfugge, troppo perso nei dettagli di qualcosa che non c'è, sia che sia stato, sia che sarà. Per attimi, preziosi, dischiudo la mente e vivo la giornata senza aspettare che arrivi il buio per dormire.

Scrivo perchè mi viene voglia, ascolto musica perchè ne ho voglia, mi godo la solitudine di un pomeriggio estivo, che qui a Nord sa di autunno. Ma va bene in questo modo, con la pioggia che riga i vetri e alcune cose da fare, un futuro in cui vivere felice magari. Che me ne faccio del futuro se non riesco ad essere qui e ora? Cosa ne facciamo dei sogni o degli incubi se non sappiamo vivere il presente? Un giorno moriremo e di tutto questo carnevale a volte tragico a volte traboccante di gioia, non resterà nulla.

giovedì 7 luglio 2011

Happiness is the road

The greatest blessing that we have
Is the dawn of each new day
A chance to finish what we started
And made a mess of yesterday
As day comes out of night
A chance to get it right
A chance to start again
A chance to get it right

The people here
Full of love and comfortable in themselves
Not scared to let go
No fear round here

I met this man
In Utrecht Netherlands
He was a doctor of the body and the soul
He said to me:
Man, there's a book you have to read.
I feel your pain. It makes me cry
But these tears are yours - not mine.

You're focusing on all of your bad yesterdays
The worry lines are getting deeper every day
And deep inside you
No surprise - there's a crisis!
You might have been to blame
But you can't go on this way
Must I watch and pray?

While you torture yourself with what's behind ya
Torture yourself with what awaits ya
Draggin' that guilt and regret inside ya
Anxious of the goals that always evade ya

Your mind will find a way to be unkind to you somehow


But all we really have is happening to us right now

HAPPINESS IS THE ROAD

And each baby..
A human sunrise
Each baby - a human sunrise..

Look around you
Feel your soul inside you
Look inside you
Feel the life course through you
The life that's giving In every thing that's living
The plants and the trees
The birds and the bees
And apes like you and me

HAPPINESS IS THE ROAD

You're a slave to your mind
But you are not your mind
You are not your pain
Say it again
You are not your pain
Say it again
You are not your pain

Happiness aint at the end of the road
Happiness aint at the end of the road
Happiness IS the road
The road

HAPPINESS IS THE ROAD

mercoledì 15 giugno 2011

è stato

E' stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile,
rigoglioso di lotte, moltitudini,
splendeva pretendeva molto,

chiudo gli occhi e versi della scatola,
ripetono il suono della guerra,
cetrioli e Oriente,
muezzin e facchini,
macchine sfrecciano in file,
come carri armati,

come il tempo,
inganna, lo inganno,
getto sorsate d'acqua, e poi fuoco, aria e le mani
nella terra,
non è più tempo,
solo, in bianco e nero
ma non in grigio
no
no

Sarebbe

Non sarebbe,
da scrivere nulla,
solo lacrime senza acqua,
o sguardi senza occhi,
visi senza volto,
solo,
il dolore del sé,
il vuoto che è ricolmo di ogni cosa immonda,
parole grevi e testarde,
un somarello cieco che sbatte la testa,
contro un muro un tempo di gomma,
ora scaltro e duro,
una prigione senza confini,
ecco cos'è,
in flusso inarrestabili, vortice di pensieri,
ora di contrasti e colori, suoni, ricordi di paesi freddi o caldi,
al riparo dall'angoscia,
in fuga da una vibrazione
che permea ogni cellula,
rigando gli occhi,
otturando le orecchie,
spegnendo il cuore.

domenica 12 giugno 2011

Sahara's farmakon

Suoni ed acqua,
molecole che rilasciano sensazioni,
nell'ovatta, nel cotone m'avvolgo
tutto è distante come se vedessi il mondo,
con un cannocchiale, sintetico,
il passato è dietro un angolo, non insegue rabbioso come un cane infernale,
frenato dal collare chimico,
il presente è gradevole,
rosa scende nella bocca,
amaro,
sorso d'acqua
e s'inghiotte.

As a leaf

Un uccello distratto dal vento,
librarsi su correnti d'aria e vita,
cosa sia il suono, cosa sia la voce,
ignaro chiedo cose a cui stento dare risposte,
le lettere si fanno imprecise,
i suono gorgogliano,
mi stacco
come una foglia
cado

sabato 11 giugno 2011

EgO

"L'essere umano è egoista. E' questo il problema. E' un animale che una storia sbagliata ha allevato nella falsa idea che tutto debba ruotare attorno a quel nucleo fasullo che chiamiamo sé. Ma io parlo Jonathan e sono il più egoista di tutti, me ne rendo conto certo e così soffro, inutilmente, forse."

Jonathan, come al solito se ne stava dietro di lui, distratto dai suoi pensieri o da banali oggetti. Più che la parole sembrava seguire le emozioni che la voce suggeriva, emozioni stanche, dolorose, ma di un dolore pieno, ricco.

Jonathan stava sempre in silenzio, incapace di discutere, assorbiva ogni cosa o forse la lasciava scorrere, attento a non cascare dentro la gabbia di emozioni in cui credeva di cadere ad ogni passo. Il suo cuore impassibile aveva però una serpe che in spirali di rabbia stringeva e stritolava.

Un vecchio ambulante con il suo carrello strillava, in quatl, tentava di vendere vecchi pezzi di vecchie cose il cui nome giungeva attutito.

Arabe

Nel silenzio,
afferro voci, tra i deliri acquietati gioia,
l'esaltazione feroce,
il morso del sonno che mai arriva,
la forza suprema,
scivolano in oscuri laghi, paludi di pensieri molli,
Odio, Rabbia, Invidia,
volano spargendo fuoco,
nella terra cresce dove l'acqua non può spegnerlo,
una musica araba allieta il pomeriggio di nuvole grige.

Luna

Come fosse,
altrove o magari con meno senso,
leggero e abile nello schivare i colpi,
che la vita da, regala su piatti d'argento, anneriti,
rumore d'acqua,
rumore interiore,
scrivere e non sapere,
la luna cresce.

mercoledì 8 giugno 2011

"All of us are by nature wild beasts. Our only duty as humans is to become like trainers who keep their animals in check, and even teach them to perform tricks alien to their bestiality."

Ton Nakajima, scrittore giapponese.
Era una di quelle sere nonso, in cui aspetti che succeda qualcosa, che squilli il telefono o che un amico antico, di quelli che non senti da anni, ti chiami per bere qualcosa fuori e fare due chiacchiere. Beh non successe nulla di tutto ciò, per cui dopo essermi fumato un paio di pseudosigarette e letto qualche vecchia mail che parlava di qualche fenomeno lontano, in qualche paese remoto, decisi di fissare con lo sguardo spento la strada sotto la finestra del salotto.
Non ho idea di quanto tempo rimasi fermo in quel modo, ebete, ma so che ad un certo punto trillò il citofono. Il cuore prese a battere di colpo, invaso dall'adrenalina, inondato da una sensazione mista di entusiasmo e di panico - Chi cazzo poteva essere a quell'ora? -.
Mi avviai un po' tremolante verso la porta, fissai lo spioncino e con mio angosciosa sorpresa non vidi nessuno. Indeciso sull'aprirla o meno, finii per tirare il catenaccio e osservare l'atrio come un deficiente.
- Cazzo! Forse era solo un'allucinazione, ma è un pezzo che non predo MDFA! -
Così, sentendomi ancora più un coglione, mi chiusi la porta alle spalle e mi avviai verso il frigo, per bere una birra di contrabbando, una pilsner di fabbricazione ucraina.
Mano sul metallo freddo, strappo della linguetta, un pò diffettosa, primo sorso, quando sento una vocina che mi esplode nello stomaco, come un attacco di diarrea.
"Senti coglione, non fare il furbo! Sappiamo tutto!"
Mi guardai intorno stupito, poi spostai lo sguardo verso il basso, ma per quanto mi sforzassi, non vidi un'anima viva.
"E' inutile che cerchi, noi siamo invisibili ai tuoi occhi, siamo i poliziotti interiori! Siamo sempre stati con te, noi viviamo con te, seguiamo i tuoi passi, vagliamo ogni tuo pensiero. Ci siamo rivelati perché vogliamo che tu faccia qualcosa per noi"
Non fui preso dal panico, anzi rimasi fermo e immobile, quasi inebriato.
"Stiamo manipolando i tuoi centri del piacere, per non farti impazzire abbiamo fatto secernere alle tue ghiandole dell'endorfina. Ora che sei calmo possiamo spiegarti tutto."

Dopo mesi mi trovo in uno di quei luoghi che leggevo senza interesse nelle mail, in uno sperduto villaggio della Repubblica del Jarikistan, dove la gente mi guarda con scarso interesse, spesso con gli occhi gonfi dell'oppio che coltivano da un migliaio di anni.
Io vago tra le case costruite con il fango, cercando di evitare i ratti grandi quanto cani di media taglia, che qui sono oggetto di culto. Dicono che siano la reincarnazione dei loro antenati, per cui sono sacri e inviolabili. Io non ho paura dei topi, ma è difficile rimanere impassibili di fronte a queste bestie enormi che si aggirano senza quiete in mezzo ai miei piedi.
Sono in attesa di un contatto, qualcuno che mi darà qualcosa per poter andare da qualche parte.

Perché io mi trovi su una colonia spaziale, mi suona strano, ma dopo un anno ho imparato a non farmi più domande. Osservo lo spazio da un oblò e aspetto il mio prossimo incarico, un virus biologico da consegnare a dei coloni in partenza per un pianeta in piena ribellione, un virus selettivo in grado di eliminare solo coloro che provano sentimenti di aperta rabbia. Non so se sia giusto quello che faccio, mi limito ad obbedire agli ordini. Ho imparato che se li assecondo vengo premiato con piacevoli scariche di endorfine o dopamina, mentre se mi oppongo - cosa che invero ho fatto solo poche volte e all'inizio - vengo colpito da un opprimente senso di depressione o di angoscia.

La sveglia suona, come sempre cercando di fermarla cade giù dal comodino. La mia bocca da chiari sensi di disgusto, la testa gira e il cervello è una mina esplosa in mille frammenti. La memoria è chiaramente un vago senso di qualcosa che appartiene al mio Io, ma che ora non so dove sia.
Mi alzo ed è come se vagabondassi in terra straniera - dove cazzo è la cucina? -, poi lentamente qualcosa affiora.
Ora ricordo, anche se in maniera parziale, una festa, alcol di contrabbando a fiumi e qualche fumata di tabacco della Turchia.
Con enormi sforzi tento di farmi una tazza di stimolante al gusto caffè.
Eppure tutto è così strano, sembra che la cucina non veda nessuno da alcuni secoli - Cazzo! Sono proprio sfatto per pensare a tutto questo! -, ingoio due capsule di calmante e vado in cesso.

martedì 7 giugno 2011

The Peripatetic Institute of Praxiology and Anthropology

http://www.triciaflanagan.com/

Dubsahara

Mutamenti

Ogni cittadino aveva la sua dose di Xanadu. Nessuno sarebbe riuscito a vivere senza di esso. Dai tempi del Cambiamento le industrie farmaceutiche producevano unicamente Xanadu, era l'unica sostanza prodotta, il Medicinale. Ansiolitico, stabilizzante della pressione, coadiuvante della crescita, stimolante e molte altre cose ancora. Nessun essere umano sarebbe potuto vivere senza di esso. Il pianeta, o quello che ne era rimasto, non offriva più le condizioni per la vita, se non in forma sintetica.

Jonathan aderiva al Neobuddhismo, una versione di un'antica religione nata e sviluppatasi in una parte del mondo ormai quasi sommersa dalle acque. Spesso consultava un libro chiamato I-Ching, o libro dei mutamenti, una vecchia copia sopravvissuta chissà come. Ne traeva profezie o consigli che immancabilmente finiva per non seguire mai. L'atto in sé, l'aprire e sfogliare il libro, leggerne le oscure, affermazioni, lo faceva sentire bene. Lo confermava nella sua impressione che esistessero forze non visibili che condizionavano il corso degli eventi sia individuali che planetari.

Camminava senza meta, come molti, immerso in pensieri ovattati, resi stabili e non pericolosi dallo Xanadu, fissava gli edifici arrugginiti, le impalcature e ogni possibile dettaglio, ma era come se gli occhi fossero staccati dal corpo, la mente percorreva altre strade, altri momenti. La pioggia continua obbligava i passanti a coprirsi con pesanti mantelli che non facevano intravvedere il viso, molti comunque indossavano maschere, erano pochi, pochissimi a conservare la faccia originale, e certo non si poteva sapere se quella era la faccia naturale.

Un tratto, un secondo che sembrò dilatarsi fino a diventare infinito, Jonathan scrutò nella folla un viso bellissimo, talmente affascinante che non esistevano lettere o ricordi precedenti per definirlo. Gli occhi si incrociarono, un legame quasi magnetico si stabilì tra di loro. Poi la pioggia riprese e con essa il movimento insensato della folla.

Jonathan si sentiva scosso, da parecchi anni ormai non percepiva emozioni, se non in maniera attenuata. Non era consigliato. Il Neobuddhismo d'altra parte insegnava che le emozioni erano qualcosa che l'essere umano doveva scacciare, siano esse positive che negative. Jonathan si fermò, mentre la folla variopintamente uniforme lo sfiorava, come se non esistesse. O forse era lui ad esistere, per un attimo si era sentito diverso. Del colore era apparso nella sua vita, il cuore aveva iniziato a battere, le mani avevano smesso di tremare e gli occhi si erano fatti chiari, la debole luce che filtrava tra le nubi si era fatta come di fuoco. Jonathan intuì che non poteva andare avanti così, che quel volto, quella donna, erano un segno, doveva inseguirlo, carpirlo, afferrarlo per poter uscire da tutto questo. Si appoggiò ad un muro, mentre qualucuno con la maschera da drago lo superava, si mise la mano destra sul cuore, perché lo sentiva battere all'impazzata. L'altra mano s'infilò nella tasca in cerca di Xanadu, ma si bloccò, il cuore doveva fare il suo corso, anche fosse stato quello di esplodere.


No borders

Ai tempi della DDR (Deutsche Demokratische Republik) ogni persona era tenuta a svolgere il servizio militare per almeno un anno e mezzo. Ciò comportava anche il controllo armato del confine con la Germania dell'ovest, dove c'era un posto di vedetta ogni 10 km. Spesso a tentare la fuga verso il settore occidentale erano gli stessi soldati russi, per questo il lavoro di pattugliamento era sempre fatto in copia e non si conosceva mai in anticipo con chi si avrebbe svolto il servizio. I turni erano di 8 ore e alle volte capitava di non dormire per paura che il collega cercasse di fuggire. La possibilità di essere costretti con il fucile puntato addosso a sfuggire con il proprio collega non era mai da escludere. Non si veniva mai assegnati al confine nel caso un soldato avesse dei parenti al di fuori della DDR.

credito: Tricia Flanagan, testo estratto dell'opera: Selvage Stories. www.triciaflanagan.com