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sabato 11 giugno 2011

EgO

"L'essere umano è egoista. E' questo il problema. E' un animale che una storia sbagliata ha allevato nella falsa idea che tutto debba ruotare attorno a quel nucleo fasullo che chiamiamo sé. Ma io parlo Jonathan e sono il più egoista di tutti, me ne rendo conto certo e così soffro, inutilmente, forse."

Jonathan, come al solito se ne stava dietro di lui, distratto dai suoi pensieri o da banali oggetti. Più che la parole sembrava seguire le emozioni che la voce suggeriva, emozioni stanche, dolorose, ma di un dolore pieno, ricco.

Jonathan stava sempre in silenzio, incapace di discutere, assorbiva ogni cosa o forse la lasciava scorrere, attento a non cascare dentro la gabbia di emozioni in cui credeva di cadere ad ogni passo. Il suo cuore impassibile aveva però una serpe che in spirali di rabbia stringeva e stritolava.

Un vecchio ambulante con il suo carrello strillava, in quatl, tentava di vendere vecchi pezzi di vecchie cose il cui nome giungeva attutito.

martedì 7 giugno 2011

Mutamenti

Ogni cittadino aveva la sua dose di Xanadu. Nessuno sarebbe riuscito a vivere senza di esso. Dai tempi del Cambiamento le industrie farmaceutiche producevano unicamente Xanadu, era l'unica sostanza prodotta, il Medicinale. Ansiolitico, stabilizzante della pressione, coadiuvante della crescita, stimolante e molte altre cose ancora. Nessun essere umano sarebbe potuto vivere senza di esso. Il pianeta, o quello che ne era rimasto, non offriva più le condizioni per la vita, se non in forma sintetica.

Jonathan aderiva al Neobuddhismo, una versione di un'antica religione nata e sviluppatasi in una parte del mondo ormai quasi sommersa dalle acque. Spesso consultava un libro chiamato I-Ching, o libro dei mutamenti, una vecchia copia sopravvissuta chissà come. Ne traeva profezie o consigli che immancabilmente finiva per non seguire mai. L'atto in sé, l'aprire e sfogliare il libro, leggerne le oscure, affermazioni, lo faceva sentire bene. Lo confermava nella sua impressione che esistessero forze non visibili che condizionavano il corso degli eventi sia individuali che planetari.

Camminava senza meta, come molti, immerso in pensieri ovattati, resi stabili e non pericolosi dallo Xanadu, fissava gli edifici arrugginiti, le impalcature e ogni possibile dettaglio, ma era come se gli occhi fossero staccati dal corpo, la mente percorreva altre strade, altri momenti. La pioggia continua obbligava i passanti a coprirsi con pesanti mantelli che non facevano intravvedere il viso, molti comunque indossavano maschere, erano pochi, pochissimi a conservare la faccia originale, e certo non si poteva sapere se quella era la faccia naturale.

Un tratto, un secondo che sembrò dilatarsi fino a diventare infinito, Jonathan scrutò nella folla un viso bellissimo, talmente affascinante che non esistevano lettere o ricordi precedenti per definirlo. Gli occhi si incrociarono, un legame quasi magnetico si stabilì tra di loro. Poi la pioggia riprese e con essa il movimento insensato della folla.

Jonathan si sentiva scosso, da parecchi anni ormai non percepiva emozioni, se non in maniera attenuata. Non era consigliato. Il Neobuddhismo d'altra parte insegnava che le emozioni erano qualcosa che l'essere umano doveva scacciare, siano esse positive che negative. Jonathan si fermò, mentre la folla variopintamente uniforme lo sfiorava, come se non esistesse. O forse era lui ad esistere, per un attimo si era sentito diverso. Del colore era apparso nella sua vita, il cuore aveva iniziato a battere, le mani avevano smesso di tremare e gli occhi si erano fatti chiari, la debole luce che filtrava tra le nubi si era fatta come di fuoco. Jonathan intuì che non poteva andare avanti così, che quel volto, quella donna, erano un segno, doveva inseguirlo, carpirlo, afferrarlo per poter uscire da tutto questo. Si appoggiò ad un muro, mentre qualucuno con la maschera da drago lo superava, si mise la mano destra sul cuore, perché lo sentiva battere all'impazzata. L'altra mano s'infilò nella tasca in cerca di Xanadu, ma si bloccò, il cuore doveva fare il suo corso, anche fosse stato quello di esplodere.


mercoledì 1 giugno 2011

Onirico

Mi ero masturbato follemente, ripescavo immagini dalla memoria fisica, come da quella virtuale, subito dopo me ne vergognavo. C'era un profondo senso di colpa in me ed una profonda incapacità di amare, non riuscivo a farmene una ragione e per questo mi sforzavo di lottare contro un male che...uscivo dall'appartamento sbattendo la porta, una copia di un vecchio libro se ne stava sul divano consumato dove un'eterna goccia di acqua cadeva, non avevo avuto mai voglia di riparare il buco. L'unica cosa che facevo era proteggere quel libro, anche se non lo leggevo, sapevo che era prezioso. Non veniva più stampato nulla da secoli.

Il mattino indugiavo a letto, Xanadu mi permetteva di rimanere immerso in un sonno rimpinzato di visioni se non felici, almeno preferibili alla realtà, se di realtà si trattava poi. Ricordo una specie di casa piena di pazzi, allegri, uno psichiatra con una fascia rossa sui capelli che seduto davanti ad un vecchissimo schermo per pc ascolatva i suoi pazienti, la casa era piena di stanze, ricolme di oggetti i più disparati. Poi mi trovavo in una specie di laboratorio dove provavo un gioco virtuale, guidavo una macchina su una strada di notte, una voce estranea creava delle illusioni che mi distraevano, comparevano dei sottotitoli come in un film. La macchina si ribaltava.

Mi ero svegliato stordito, come uno zombie vagavo nell'appartamento dove la poca luce donava un effetto sciatto, come di qualcosa di morente.

lunedì 30 maggio 2011

Pioveva

Pioveva, ma era un termine troppo generico, nella lingua quatl, esistevano almeno trenta varianti per identificare quel continuo sgocciolare, quell'umido impregnare che scendeva dal cielo, o che forse saliva dalla terra, quel poco che ne rimaneva.

Camminavo con un telo di plastica appoggiato sopra la testa per ripararmi, delle vecchie cuffie di plastica nera rimandavano suoni consumati dal tempo, del jazz, delle voci che non avevano nome. La folla andava e veniva tra viuzze e stradine infangate, milioni di volti che sembravano assorti in qualche occupazione, in qualche pensiero.

Io, io, non so più cosa significasse questa parola, la usavo in modo automatico, solo tra me e me, perché da molto tempo era stata abolita.


La finestra dava su una piazza piena di vecchie pubblicità, marchi e prodotti che non esistevano più, scoloriti e arrugginiti dal tempo. La sua testa vecchia e pelata, soffiava, annaspava, sembrava non badarmi. Ero sicuro stesse piangendo per un qualche torto di cui ero vagamente a conoscenza. Con me si confidava poco, non parlava con nessuno, eccetto con un vecchio schermo, cui bisbigliava delle frasi in una lingua delicata e sensuale, che chiamava francese.


"Piove, Jonathan, sono anni che piove. Hai mai visto il sole? No, non credo tu non c'eri neppure quando c'è stata l'ultima giornata di sole. Io lo ricordo."

Parlava senza fissarmi, spesso faceva così negli ultimi tempi, all'inizio era solito guardarmi negli occhi. Bevve un sorso d'acqua da un bicchiere di vetro color rubino. Lo tenne a lungo tra le mani, mani ossute, tremanti.

"Mi piacerebbe vedere il sole Jonathan, dal vero...e il suo volto, si il suo volto"

Provai a dirgli che il sole c'era, che con i suoi soldi poteva permettersi un viaggio oltre le nubi o un semplice viaggio in qualche simulatore, ma le parole non mi vennero, da tempo mi si bloccavano in gola, quando sapevo che non portavano a nulla, che erano fasulle.

"Mi porteresti il sole Jonathan, solo per un attimo, solo per illuminare il suo volto come ai tempi...ah, lascia perdere, le parole di un vecchio pazzo"

Si alzò, sempre fissando la finestra, si diresse verso un vecchio mobile in vero legno, lo aprì e prese una bottiglia senza scritta con un liquido giallastro, si versò un bicchiere e da un piccolo recipiente di legno prese due pastiglie, le ingoiò e mi guardò in faccia.

"Jonathan sto per morire, sono morto ormai da due anni. Gli stimolatori neuronici mi tengono in uno stato di coscienza vigile, i sedativi mi fanno dormire di notte, gli anestetici tengono a bada il dolore. La scienza medica ha fatto enormi progressi per allontanare la morte, ma nessuno per dare la vita. Quella è una faccenda complicata, troppo complicata per delle scimmiette come noi. Io voglio vedere il sole Jonathan, non m'interessa alto, e voglio il sole vero."

Stringeva il bicchiere in mano, quasi volesse romperlo, lo so, stava delirando, nessuno avrebbe potuto portargli il sole che lui cercava e non certo io.


Una videochiamata mi aveva fatto alzare, movimento incondizionato, inciampando su un mucchio di vestiti sporchi raggiunsi lo schermo, al lato qualche confezione vuota di xanadu, una faccia tremolante, non so se per gli effetti della droga o per le interferenze, mi stava chiamando.

"5, 6 non ricordo, tutte in un colpo si."

Il giorno prima un violento temporale aveva buttato all'aria tutto, enormi oggetti vorticavano nell'aria seguendo traiettorie all'apparenza prestabilite, l'acqua scendeva violenta, come se qualcuno volesse annegare tutto, per l'ultima volta. Mi ero chiuso nella mia stanza, nel mio monolocale, avevo aperto un cassetto, senza pensarci, avevo svuotato un'intera confezione di xanadu e l'avevo ingoiata. Volevo dormire, solo dormire, almeno fino ad una prossima vita. Prima di scivolare nell'incoscienza, mi ero masturbato, pensando ad una ragazza che forse non esisteva più, poi avevo ripassato davanti la mia testa alcune figure della mia vita recente e le avevo perdonate, con un sorriso amaro che sapeva di droga. Avevo tentato di amazzarmi, per la quinta volta in una settimana, non passava giorno che non cercassi di liberarmi di qualche fantasma. Poi mi risvegliavo, bevevo una tazza di té e come niente fossi riprendevo la mia vita di sempre. Xanadu era anche questo. Ti faceva addormentare e dimenticare, anche di aver voglia di morire.