Il buio diventa luce. Il suono non bussa, non attende, entra deciso come un rapinatore armato. La coscienza si spalanca. Dalla fantasia colorata del sonno precipito nel grigio del reale. Le 3:30 che trillano ansiose, non ammettono dubbi. Premo un tasto e il falso silenzio della notte ricopre ogni cosa. Ma per poco, un'altra sveglia cade dal tavolo agitandosi come in una trance meccanica, molle troppo strette che si espandono in ogni direzione, tensioni troppo a lungo accumulate che esplodono in suoni che non vogliono risposte, non chiedono scuse, non pretendono bugie. 8:15.
La testa torna ad essere perpendicolare al suolo. La pressione cerca il suo cronico equilibrio, il cuore riprende a tormentare la cassa toracica spargendo sangue caldo e rosso, facendo schizzare la vita verso ogni cellula dimenticata. Torno a vivere. Eppure, i miei piedi leggeri come di ovatta che vortica scendendo nell'aria toccano un suolo che sembra nuovo. Ogni cosa è al suo posto, la materia su cui ho chiuso gli occhi in questa lunghissima notte è la stessa. Ma la materia non è stabile. La materia è energia dormiente, la forza di diecimila suoni racchiusi in una piccolissima bolla d'aria, dentro una goccia di saliva di un fossile. Pronto a rivivere.
Lontani e piccoli, sembrano non esistere, giungono da spazi che la mia mente non sa o non vuole catalogare, come se non avessero significato, come se fosse la prima volta che li ascolto, come se fosse la prima volta che si fanno ascoltare. Dei trilli soffusi e ritmici giungono da altre stanze, infantili suoni che mi fanno alzare in piedi.
Attraverso stanze sempre uguali, sempre nuove. Ricordo tutto questo eppure è come se lo vivessi solo ora. Non ci sono pensieri nella testa, non c'è nessun'immagine proiettata nello schermo nero dei miei occhi, nessun turbinio di visioni caotiche, ossessive e ossessionanti che mi spingono verso qualche desiderio.
Il salotto si spalanca nella penombra. La terza sveglia cammina per terra, spandendo suoni di carillon che rimbalzano come pioggia sottile tutt'intorno. 6:20.
Non ho bisogno di spegnerla. Lascio che le onde s'infrangano qua e là, mescolandosi alla silenziosa quiete della notte. La finestra è aperta su un mondo pieno di buio, non c'è luce che costringa i grilli a nascondersi e le persone a passare rasenti i muri.
Le scale sembrano scivolare, la porta s'apre su strade vuote, prive di identità. Sento i passi che da terra arrivano al cervello, i muscoli e la pelle che non devono proteggersi. Nessuno a rovistare nell'immondizia, nessuna milizia, nessun grido ubriaco. Lento, lento, lento sento svanire i miei confini nella notte calda e appiccicosa, tra i canali di scolo, tra palme esauste e centinaia di suoni che invadono le strade. Un attimo, un solo attimo perde ogni contorno fino a espandersi all'infinito, sento lo scintillio vibrante di migliaia di stelle, al di sopra della foschia perenne che regge la Città.
Il sole come una mitraglia, apre fori di luce chiarissima nella stanza. Clacson e grida di venditori arrivano dalla strada. Un'energia nervosa mi afferra e mi trascina via dal letto. Spalanco la porta e m'incammino tra strade mangiate dai soldi che mancano e dalle piogge torrenziali. Sto attento a dove mettere i piedi, l'asfalto è pieno di buche e immondizia. I negozi coperti da tende sgualcite e da insegne sbilenche sparano canzoni che per quanto diverse si fondono in un amalgama di bassi e voci femminili troppo dolci.
Rare macchine scassate, numerosi veicoli delle milizie sfrecciano nella grande via che va verso il Centro. Bambini giocano con pezzi di metallo arrugginiti, bancherelle di banane troppo mature concedono un po' d'ombra.
Senza espressione, senza viso, i passanti scorrono al mio lato, centinaia di Sisifo che rotolano i loro massi in cima a centinaia di montagne diverse, ognuno indaffarato, immerso in pensieri che si mangiano la coda. Dischi che girano ripetendo sempre la stessa canzone.
Mi fermo davanti a schermi piattissimi, foglie di leghe misteriose, che mostrano cose che non esistono più.
Il Distretto Industriale esala vapori, sospiri giallo zolfo, oltre il Fiume.
I suoni del mattino si infittiscono, si fanno largo tra i negozi e le persone, diventano sempre più grandi, crescono, crescono veloci come un'esplosione, come bombe per ogni lato.
Fermo, immobile. L'andirivieni delle persone, come un turbine d'insetti, come un video a velocità folle, che lascia nelle mie retine delle strisce di movimento. Le chiacchiere, i metalli, le plastiche si fondono, un groviglio inestricabile, note stridenti, fuse nel cemento-asfalto che chiude i miei orizzonti.
Di colpo, tutto s'arresta. L'aria, la luce, la terra sotto di me si bloccano. Il folle vorticare degli eventi, le urla, gli inutili gesti si congelano tra raggi di sole abbaglianti che filtrano da nubi opalescenti. Un silenzio fortissimo investe le mie orecchie, un silenzio potente copre ogni cosa, immenso come una valanga.
È un attimo, un secondo, uno scarto di lancetta che si blocca e poi riparte.
La Periferia è avvolta da fumi densi che s'alzano al cielo come aquiloni svogliati, poi le sirene, la gente che scappa, che urla, le borse gettate a terra, le macchine incastrate, vasi di fiori enormi rovesciati, copertoni in fiamme che contagiano palme ondeggianti, sferzate da un vento innaturale. Energie compresse che schizzano perpendicolarmente alle dritte strade sconquassate, che s'insinuano in ogni anfratto, in ogni sudicio portone, scoperchiando i tetti in lamiera e plastica, ribaltando la macchine delle milizie, sventrando banche. Risate irrefrenabili sciamano in cortei improvvisati. Colori vividi e chiassosi inondano l'asfalto sbiadito. Maschere, travestimenti e coriandoli si accumulano in un giardino dove sventola una bandiera lacera. Verde, bianco e rosso, macchiati di petrolio combusto.
Tic tac. Tonfi sottili, colpi leggeri e continui. Tic tac, tic tac. Pioggia che cade. Tic tac. Mi alzo tra le ombre della stanza. Tic tac, tic tac, non c'è rumore oltre alle gocce che rimbalzano sul tetto. Tic tac. Non ci sono pensieri che coprono questo risveglio. Tic tac, tic tac. La finestra della terrazza è aperta su un grigio abbagliante. Tic tac. Aria fresca e calda mi accarezza le guance. Tic tac, tic tac. Non sono stanco, mi sento leggero. Tic tac, le mie mani non tremano, non devono afferrare, respingere, chiudere, stringere. Tic tac, tic tac. Non c'è altro che verde, migliaia di tipi di verde sotto di me. Tic tac. Solo i palazzi più alti escono dalla foresta. Tic tac, tic tac. Non ci sono altre cose che la foresta, immensa.
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