La vettura scivola nelle stradine, se ne frega delle buche, dei tratti privi di asfalto, quieta e serena si muove nell’abbandono totale. L’impianto stereo recuperato chissà dove, emette suoni vecchi, roba da fine o inizio secolo, bassi soffusi, ripetuti, melodie adatte alla luce che scompare, lasciandomi sempre più solo. Disteso sulla poltrona che occupa i posti anteriori, mi sento beatamente immerso nel programma di autogestione. Non vedevo l’ora di assorbire gli aggiornamenti di Autoendope, biobite di spensierata energia dopante, gli innesti fanno il loro dovere, microcellule che si adattano alla mia dolce indolenza. Ozio, padre e madre dei vizi, che mi culli in un piacere tutto interiore. Vocalizzo un continua e sento il fruscio delle microcell che si dispongono nel tubo di innesto, autoistallamento nel mio ombelico sintetico, accuratamente posizionato al centro della pancia. Le lenti emettono uno sfondo arancione, che sfuma in un viola rosato, tinte indaco, verdi e rosa. Un’onda iniziale di piacevole tepore che in cerchi concentrici mi avvolge, a spire di serpente, mi stringe in un abbraccio endorfinico, rilassamento per iniziare, sensazione di piacevole inabissamento in uno stato di preveglia. Un mio avatar, una mia configurazione biopsichica aleggia nell’irrealtà surreale del processore, registrando questi miei pensieri. Le mani cessano di essere oggetti esterni-interiori, proteine cerebrali che vivono nel corpo mammifero da milioni di anni. Il sole sta tramontando e il paesaggio si colora di persone che lente camminano ridendo o mimando delle danze, i suoni di casse lontane, che si avvicinano. La spiaggia bianca scende verso un mare di mercurio, argento mescolato dalle onde, delle torce disegnano ombre miracolose, una ragazza mora mi guarda e sorride. Mi avvicino lento, a passi rilassanti, i miei pantaloni di canapa beige, la mia camicia di seta arancione. Una sorta di dub soffuso, che presto muto in una danzereccia melodia arabeggiante, altre donne, in prevalenza more, quella specie di donne mediterranee, che c’erano prima che il mare evaporasse, quando le varie nazioni erano divise. Il suono mi penetra come un orgasmo, lo guido su, fino ai centri del piacere, la mia schiena si inarca, vado vicino ad una torcia e attendo che qualcuna si faccia avanti, con un sorriso di beatitudine sessuale. Una mano mi accarezza la guancia destra, gli occhi si incrociano sostenendo un dialogo prelinguistico, i miei si spostano verso un punto poco lontano, un ragazzo dai lineamenti definiti si avvicina a noi. Bacia la ragazza che mi sta di fronte e poi mi rivolge un sorriso contagioso, intorno a me le persone danzano gettando le chiome indietro, dimenando bacini e braccia. Una lingua entra nella mia bocca rovesciandoci milioni di ormoni che immeditamente si accoppiano con le endorfine prolungando, estendendo, ingigantendo il mio orgasmo. Le mani mi trascinano a ballare, ma la danza è un accoppiamento ritmato dalla musica, un estremismo sessuale che innalza inni di gioia al mare e alla notte. Entro in uno stato di caos, non distinguo nulla se non il piacere e il desiderio che si articola in milioni di forme. Frammenti registrabili, intraducibili in qualche linguaggio verbale, inutile del resto, parlare è inutile, le microcell creano empatia preverbale, preculturale. Sono un mammifero, o forse un rettile dimentico di ogni cosa, semplicemente vivo, nell’unica dimensione che egli vuole, che egli possiede, l’attimo del battito cardiaco, l’attimo del respiro, il secondo senza secondo…la notte scivola nell’alba più colorata che potessi mai creare, gli orgasmi si sono moltiplicati senza interruzione, senza freni, poteri femminili, un tempo, ora strumenti di piacere di ogni neoessere. Eppure qualcosa traballa, le forme si fanno sfumate, no, no, la coscienza irrompe brutalmente come la biopolizia, delle voci-sensazioni, dei tremolii, dei vortici che assorbono il mio reale, qualcosa mi trascina, mi sballotta, cerco di sfuggire a delle frecce di panico che corrono ovunque, il mio reale aveva delle spie, dei virus, distinguo un viso che sghignazza prima che tutto si sperda.
Ora sono immerso nel buio totale, senza niente che mi faccia intendere di essere da qualche parte, i miei tentativi di psicapolazione vanno a vuoto, una gabbia, in attesa di giudizio forse. Nemmeno gli avatar rispondono, le sensazioni del prima rimangono ricordi vaghi. Forse sono scomparse con quell’io, forse sono l’avatar di riserva…mi custodisco nella coltura idroponica, pochi momenti e dovrei configurarmi per uscire dalla notte dei tempi, per iniziare a definire il mondo secondo le impostazioni, per recuperare il corpo in narcolessia.
Secondi, dopo secondi, in stasi, cerco di varcare il buio, ma le tenebre si fanno sempre più spesse. Una voce risuona, come un suono sott’acqua, parole che scopro essere le mie, ho attivato la funzione vocale. Soffusa, striata di nero, poi in una cosa che pare essere il lontano dei bagliori, come un sole che nasce, lente appaiono delle cose.
Il suono è secco, battute regolari, mescolate ad altre irregolari, una nota continua di pianola, battiti che mutano di intensità, mi mescolo alla folla, mentre una voce canta velocissima sul suono. Mi sento stordito, con nessun ricordo, eccetto il progetto di trovare il mio corpo. E ciò che devo fare, ma non è semplice, mi appoggio ad un muro, mi metto le mani sul viso premendole, non sto male, semplicemente mi sforzo di pensare. Affianco, una ragazza e un ragazzo hanno una piastra di metallo su cui versano della sostanza bianca, li noto con la coda dell’occhio, le mani ancora sul viso. Lo sforzo mi lascia sempre solo nel mio tentativo, per cui opto per non pensare e starmene semplicemente lì. Le luci sul soffitto sono interessanti e le guardo a lungo, un lampo nell’aria, credo, poi ho un improvvisa sensazione di essere da qualche parte che conosco, devo recuperare gli altri, vicino al palco.
La sera, le tre di notte forse, ho una sensazione di piacevole leggerezza, scivolo attorno alle persone, contento di essere lì. A ritmo muovo il bacino, scorgo Ale, in parte Gemma parla con un tipo già visto, non so dove. Non appena Fra mi vede, mi parla alle orecchie senza troppo sforzo, il volume non è alto…una capsula, venti euro…venti?...lo stesso tipo di quelle di Alberto…si…qualcosa mi finisce in mano, inghiotto, aiutandomi con un sorso di birra. Fra mi sorride e si allontana in direzione delle casse di destra. Io mi muovo, ogni tanto mi volto a fissare chi ci sta attorno, per lo più mi agito, tenendo come punto fermo i fari che spazzano la nebbia, dolciastra di canapa. Minuti che non si contano passano, la pancia emana caldo, da dentro, mi cullo seguendo i bassi. Ancora poco e mi sento distorto, ondeggio su delle gambe molli, le braccia scivolano verso il basso, chiudo gli occhi, attratto da un irresistibile desiderio che mi distende la pelle del viso.
Provo a riaprire le palpebre, a fatica, come appena svegli, i colori sono ovunque mescolati, non riesco a mettere a fuoco niente. Sono leggero, vago quasi sospeso nel fumo che avvolge gli altri, non ho neppure voglia di accendermi una sigaretta, forse ne ho poche, non mi frega. Non so se sto fermo, oppure cammino in qualche direzione, eppure la sensazione è quella di stare, bene. Una voce mi sorprende nella mia consapevolezza di benessere, una voce lenta, senza inflessioni…personalità derivata, memoria rielaborata, processo di elaborazione in corso, interruzione nella scansione di recupero informazioni, controlli supplementari richiesti, inviare i problemi?...mi scuoto mentre i suoni si fanno più violenti, i movimenti degli altri sono sempre più sconnessi. Una boccata d’aria.
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