Era freddo, un tempo che ricordava altri climi, ma forse in quel momento era giusto. Due ragazzi, di trent'anni, parlavano di se stessi, delle loro vite, come se queste fossero ormai distanti, sfuggite come polvere di stelle dalle mani, non tutto in un tratto, ma l'impressione era quella, che tutto lo zoo di fantasmagorie, di sogni, di burle, di strane parate con stracci colorati e strumenti improvvisati, fosse sfuggito dalla porta di dietro, con un urlo che solo in quel momento cominciavano a percepire.
Berlino era domenica, mentre coppie facevano passeggiare i loro figli, mentre facce d'altri continenti caracollavano per la strada in cerca di qualcosa, o forse solo per ingannare il tempo. I due giovani che un'occhio esperto, di un'esperienza antica, ancestrale, avrebbe già percepito come vecchi, ingoiavano il tempo, mandandolo giù con un sorso di succo di frutta biologico, leggermente frizzante ed un'imitazione africana della cocacola. I loro discorsi, fatti in una lingua che solo un sessantesimo del pianeta comprendeva, erano onde stanche, che per reazione chimica e meccanica corrodevano il fragile calcare su cui avevano costruito i deboli amori che nutrivano verso se stessi, i piedistalli su cui si erano messi o che qualcuno aveva loro assegnato.
L'aria fredda non trovava riparo nelle felpe di materiale chimico, nelle corse di qualche sportivo, nei bar etnici che si aprivano lungo le arterie principali, era un freddo diverso, di un'intensità che oltrepassava il dato fisico, era un gelo spirituale, una corrente fredda nel quale, almeno uno dei due, si era gettato a capofitto, facendosi gelare il cuore.
Il tempo passava, non quello banale degli orologi, ma quello delle emozioni, dei ricordi, del cuore e dello spirito, se qualcuno voleva ancora crederci. E stranamente, più si allontanava la vita, più la morte si avvicendava, nemmeno lugubre, solo perfidamente ragionevole, la grande mietitrice, che viene a chiedere ciò che le spetta.
Cercavano di darsi consigli, e non erano nemmeno patetici, erano solo parole che si erano inculcate nella loro testa, prese da qualche centinaia di libri, milioni di pagine che avevano avidamente letto, senza veramente farle proprie. L'arte sfumava, seguendo il filo di fumo di una sigaretta di tabacco organico.
La fine del mondo non era vicina né lontana, chissenefrega, non era la fine il problema, ma il resoconto che si sarebbe dovuto fare a qualcuno, la bilancia in cui far pesare il proprio stanco cuore. Si era venuti qui per qualcosa, ma dietro cumuli di immondizia si era perso il senso, smarrita la strada, inseguendo miraggi che non erano nostri, facendo ciò per cui non eravamo portati, forse.
Il vento continuava a girare, prima o poi sarebbe tornato.
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