La luce andava e veniva, per riflesso involontario fissavo la vecchia lampadina che emanava uno strano bagliore, come di qualcosa che lottasse tenacemente per vivere. Il divano era scomodo, la stanza spoglia, solo del colore abbozzato sulla parte di fronte a me.
La lana era ammucchiata su un vecchio tavolino che veniva dall’India, lasciavo che le mani si staccassero dai pensieri che il mondo faceva entrare. Delle volte stringevo il filo in modo brusco per rendermi conto che ero vivo, per scacciare dalla testa quello che forse era là fuori.
Respiravo lentamente e profondamente, pensavo solo a quello che facevo, intrecciare della lana.
Il silenzio della notte mi distraeva, allora guardavo nuovamente le mie mani, fissavo le vene che uscivano vistose, le piccole rughe che il tempo e il dolore avevano disegnato. Un ricordo improvviso, un gesto abbandonato anni prima, un rimorso per una cosa non fatta e non detta. Riprendevo a intrecciare, lasciavo che la morbidezza salisse dalle mani lungo le braccia per arrivare da qualche parte, una forbice decisa in grado di spezzare il groviglio di pensieri che si annidavano nel cuore.
La finestra era piena di vapore, un velo soffuso di acqua che insieme alla lampada era la mia unica distrazione materiale, il resto erano onde di pensieri che andavano e venivano. Approfittavo dei momenti di risacca per lasciare libere le mani.
Il tempo non aveva più importanza, veniva segnato dalla luce del sole, dalle ombre della sera, non c’erano più orologi a segnare rigidi istanti. Avevo la sensazione che non fosse accaduto nulla eppure mi ritrovavo con una treccia tra le mani. Volevo creare una borsa, un cuscino rotondo su cui addormentarmi. Per una sola volta, una sola, avrei voluto provare quella sensazione di estrema pace. Chiudere gli occhi e sentire il mio corpo perdersi nel buio, la mente svanire, come un precipitare, lieve. Sentire le braccia di Morfeo che scivolano attorno ai miei fianchi, come quelli di un amante.
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