venerdì 28 gennaio 2011

Migranti

Dei fogli di giornale, un vecchio libro di scuola rovinato, le fiamme divampano e avvolgono il legno umido e pesante. Osservo incantato il camino, per un attimo mi cullo in una sensazione di pace, qualcosa di così raro in questo periodo della mia vita.
Un campanello suona, alla porta la ragazza del fratello di Aurélie, nata nell'isola della Réunion, come di abitudine qua in Francia ci salutiamo scambiandoci baci su entrambe le guance - pratica a cui mi devo ancora abituare -, dietro di lei c'è un ragazzo il cui nome dimentico subito, ma che sa di Oriente. Ho l'impressione, subito confermata, che venga dall'Afghanistan. Mentre in casa la gente parla del più e del meno, attratto dalla sua timidezza gli rivolgo qualche domanda. S'instaura una piccola complicità, colorita da un francese stentato, in cui alcune parole si perdono, si confondono fino a diventare a loro volta tema della discussione. Impossibile non notare il suo senso di disagio, il suo sguardo segnato da cose che io non posso capire.
Mi trovo a pensare alla forza che porta un individuo a percorrere migliaia di miglia, a parlare lingue completamente diverse dalla propria, alla necessità che non può permettersi abbandoni, rimorsi e inutili ansie. Sopravvivere nel senso più genuino e vero del termine, un'arte che a volte dimentichiamo.
Per un attimo il mio dolore sfuma, talmente mi sembra ridicolo in confronto a quello che avrà provato questo ragazzo, di cui è difficile dire l'età.
La gente esce e mi trovo solo. Nel caminetto il legno è diventato una distesa di braci che per pochi secondi mi ipnotizza.


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