Ore 20 e qualche cosa, stazione di Mestre due ragazzi discutono sui treni in partenza per Parigi chiedendosi quante ore impiegheranno ad arrivare. Capendo al volo che sono due tipi tranquilli m'introduco nel discorso, offrendo loro la mia scarsa esperienza in materia e così mi trovo a condividere il treno.
Di solito, in treno, mi faccio i cazzi miei. Mi armo di un libro o della stanchezza necessario per farmi cullare dal movimento rimtmico prodotto dalle ruote del treno sulle rotatie, quel ta tan ta tan che agisce come un mantra capace di sciogliere ogni resistenza psichica e farmi crollare nel sonno. Ma sinceramente non ho abbastanza sonno né il libro che mi accompagnava m'invogliava molto (non certo per l'estrema bravura dello scrittore, quanto per la complicatezza delirante della trama)*, così accetto di buon cuore di lasciare che le rotaie siano complici di un dialogo con esperienze e visioni altrui. Mi piace parlare con le persone in treno, è rilassante. Non c'è posto dove andare e se escludiamo il rispondere al cellulare, devi startene buono buono al tuo posto, accettando con somma rassegnazione che prima o poi arriverai dove devi arrivare. C'è qualcosa di filosofico in tutto ciò. Di solito, il tempo per le chiacchiere è breve e rovinato da mille impegni. In treno invece non c'è niente che tu possa fare se non ascoltare e parlare.
Un ragazzo di Napoli che ora vive in un comune vicino a Pordenone, dove fa l'infermiere mi racconta di sé, e tra le tante storie non lascio che questa sfugga.
Inizio 1997, esame di ragioneria alla facoltà di economia di Napoli, 2500 studenti si presentano all'esame. Naturalmente un'aula universitaria non può contenete tutta questa massa, così due giorni prima di questi esami fondamentali è bene recarsi in facoltà per sapere quale edificio di Napoli conterrà tutti: un teatro, un palasport, ecc. Tra gli iscritti figurano anche studenti al sesto anno fuori corso, quando economia era quadrienale, un rapido calcolo li rivela per 28-29enni. Alla fase successiva dell'esame, orale, passerano solo in 18.
Per inquadrare questo aneddoto è ben dire che stavamo parlando dell'università italiano come grande parcheggio senza orario, come istituzione che non ha il ruolo di formare (che significa anche seguire) i cittadini, quanto quello di accogliere tutti senza verificare l'interesse a studiare, senza sapere stimolare e garantire lo studio.
D'altronde servono parcheggi enormi (di 2500 posti o più) perchè tanto là fuori, nelle strade non c'è posto per tutti. Meglio stazionare e sperare che il pedaggio non sia troppo caro.
* si tratta di Infinite Jest di David Foster Wallace
Nessun commento:
Posta un commento