Le mani congelate, il vento che trasforma le falangi in pezzettini di marmo e indumenti freddi che sventolano, bandiere sgualcite e scolorate.
Un giorno di inverno in un luogo a caso del XXI secolo, il protagonista, il cui nome era uno dei tanti consentiti, vagava inquieto nella casa, cercando di creare qualcosa.
Lo specchio sporco di macchie di dentifricio o schiuma da barba rifletteva un pettine, un bicchiere di plastica pieno di spazzolini e un viso cosparso di occhiaie.
Era un'ora sufficientemente lontana da quella in cui il protagonista avrebbe voluto svegliarsi. Ma le scimmie avevano invaso il suo sonno, poco prima dell'alba, quando, attraverso le tende, si intravedeva la luce del giorno ancora assopita.
Il buio non permetteva di leggere l'ora della sveglia, ma intimamente il protagonista sapeva che era troppo presto per alzarsi e produrre. Certo sarebbe stata la soluzione migliore, il modo più intelligente per combattere le scimmie che si erano infiltrate attraverso un piccolo passaggio che dall'inconscio portava alla coscienza, ma l'atavica pigrizia costringeva le membra a letto, mentre il cervello ronzava come un pc intasato di programmi in esecuzione.
Le scimmie, animali non domestici che inutilmente si potevano addomesticare, erano in verità fantasmi di epoche lontane, in cui il protagonista era qualcun'altro, sorta di colpe del proprio karma, sempre volendo credere alla reincarnazione.
Il letto diventa una gabbia morbida e calda, che costringe le gambe, il busto e le braccia a movimenti minimi, a cambi di posizione, che non mutano niente. Il pensiero è invece una strada di città, trafficata da mille veicoli, guidati da individui insoddisfatti, che escono dall'ufficio per andare a comprare regali che non vorrebbero fare.
Le scimmie sono i pensieri della notte, poco prima che essa lasci il posto al giorno, sono demoni che non danno riposo e che sinuosi abbracciano la volontà ancora dormiente in un abbraccio di risentimento.
Amalia Rodriguez cantava attraverso delle casse da pc, cantava in una lingua che il protagonista non intendeva e che dava una grande tristezza. Una malinconia da film o da romanzo, ben lontana da quella reale, fatta di vestiti sporchi da lavare, di fotocopie ammonticchiate, di pochi soldi o di orari su display impolverati.
Il vento del nord agitava le finestre che non si potevano chiudere, e rumori di metallo cigolante rompevano il silenzio della mattina, del quartiere addormentato dal lavoro.
Il protagonista osservava le scritte sullo schermo, poi l'ora, poi il pacchetto di sigarette, poi la propria mano ancora segnata da un pennarello, ricordo di una notte di oblio, in cui era stato in un luogo per espletare il suo ruolo di giovane.
Libri e libri, che dicevano molto e che avrebbe voluto regalare tutti, per liberarsi di un passato di date e nomi, che nessuno sapeva.
Mangiare o fumare. Aprì un libro e non vide che macchie di inchiostro, senza ordine. Aprì un altro libro, lo sfogliò tutto, anche questo non aveva che macchie. E così tutti. Alzò gli occhi su un poster e vide che le lettere che lo riempivano fino alla notte, ora erano disegni di piante e di uccelli.
Il protagonista si vestì, uscì di casa e vagò di vetrina in vetrina, l'inglese, il francese, l'arabo e il cinese, tutte le lingue che riuscì a incontrare erano diventate disegni, immagini. Niente più sconti o pane, o slogan o bandi.
Prese il telefono in mano e chiamò un amico, ma la rubrica non riportava né numeri né nomi, solo colori. Tentò di comporre un numero: foglia di acero, rondine, cespuglio di rose, nuvola, gabbiano, topo, gatto, scoglio, fiume, bacca di ginepro e raggio di sole. Il suono del collegamento era rimasto uguale, ma la voce che rispose non comunicava che suoni di bosco, di lago o di stagno.
Il protagonista entrò in un tabacchino, si rivolse ad una signora e non riuscii che a soffiare un vento, che gli ricordava le sere d'estate al mare, verso il tramonto.

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