sabato 28 maggio 2011

Mediterraneum

Il bus

La consapevolezza è il male peggiore. Almeno così diceva un mio vecchio amico, che forse adesso si trova a Barcellona, nella Repubblica autonoma di Catalogna. Io potevo seguirlo, insieme a delle carissime amiche. Ma in quel periodo avevo mille cazzate per la testa, non me la sentivo di abbandonare il nordest. L’eccessiva abitudine alla miseria mi aveva lasciato a marcire.

In quegli anni, parlo dell’inizio del ventunesimo secolo, la miseria del nordest era solo un fattore culturale, spirituale, perché a dirla tutta, si trattava di una delle zone più prospere dell’Italia, prima che questa si dividesse.

Solo questione di anni, nemmeno tanti poi. Cominciarono ad andare in malora dapprima le industrie tessili, che erano state da sempre uno dei motori dell’industrializzazione. I Cinesi si erano appropriati delle conoscenze necessarie, e forti della loro dittatura comunista-capitalista avevano inondato i mercati mondiali con i loro prodotti. Non solo quelli dozzinali, ma persino quelli di qualità.

Poi, di fatto contemporaneamente, era venuta la crisi petrolifera, non una crisi momentanea, come quella degli anni ’70 del novecento. Quella crisi fu la fine di un’epoca, fu l’inizio della fine. Ricordo benissimo l’anno, era il 2012, il prezzo del barile aveva raggiunto i 200 dollari. La benzina costava circa 3 euro il litro. L’inflazione era un ago che oramai aveva sfondato il quadrante. Ti poteva capitare di pagare un chilo di pane anche 10 euro. Inutile dire che i salari non erano per nulla adeguati alla situazione. Sempre più larghi strati della popolazione versavano in condizioni, che nel paese non si vedevano dal secondo dopoguerra.

La guerra contro l'Iran aveva fatto incazzare di brutto i paesi produttori. Le riserve irachene non garantivano un apporto consistente, perché i pozzi e le raffinerie erano continui bersagli dei vari gruppi guerriglieri, o perchè qualcuno aveva interesse a che non venisse erogato più petrolio del necessario.

Le alternative al maledetto oro nero c’erano da secoli, o millenni, anzi da sempre. Ma l’Italia era troppo sottomessa alla dittatura petrolifera per poter correre ai ripari. Eppure, in Occidente, era il paese che poteva vantare la maggiore esposizione alla forma energetica per eccellenza, il sole.

Tutti i progetti pilota, come gli impianti termodinamici si trovavano nel meridione. Ed è là che io sto andando. Sballottato su un vecchio bus, riconvertito ad alcol etilico, distillato dalle barbabietole.

L’emigrazione, per la prima volta nella storia di questo disgraziato paese, per la prima volta in questo disgraziato pianeta, si è invertita. Non più campagne spopolate nel Salento o in Basilicata o in Calabria, non più milioni di persone costrette ad adattarsi all’ignoranza tronfia del nord. Adesso erano Milano, Torino o Firenze ad essere spopolate, adesso erano milioni di settentrionali che si dovevano adattare all’ignoranza umile del sud.

Ho dovuto pagare duemila euro per questo viaggio della speranza. Soldi necessari per garantirmi un passaggio oltre la frontiera, che si trova a sud di Grosseto. Il resto che mi rimane, un migliaio scarso, dovrò farmele convertire in lire. La banca centrale della Repubblica del Meridione ha ripristinato l’uso della valuta esistente prima dell’introduzione dell’euro. D’altra parte la Repubblica, con capitale Napoli, si è sganciata dall’Unione Europea, con un referendum popolare, in cui i sostenitori hanno raggiunto oltre il 90% dei consensi.

Siamo ancora in Emilia, Bologna l’abbiamo lasciata da poco. Per fortuna che conservavo dei fogli di carta e qualche penna. Il pc l’ho dovuto svendere nell’inverno del 2013, in casa non riuscivamo nemmeno più a raggiungere i dieci gradi, la legna costava troppo.

Un bambino mi ha guardato incuriosito, approfittando del sonno di suo padre, mi si è avvicinato.

Cosa ti sta fasendo?” Sentirlo parlare in dialetto veneto, con una vocina di bimbo, non più di cinque anni, mi ha fatto affiorare un sorriso.

Sto scrivendo.” Al che mi ha guardato perplesso, evidentemente non ha mai visto qualcuno impugnare una penna.

Sol che na volta gò visto qualchedun far quelo che ti sta fasendo ti. Gera un omino vestio de scuro, accompagnà da due polisiotti. Dopo quela volta gavemo dovuo cambiar casa.”

Quell’omino scuro doveva essere stato il proprietario della casa in cui viveva in affitto con la sua famiglia. Milioni di settentrionali erano stati sfrattati dalle loro case, anche se ne erano padroni. Solo pagare le bollette dell’energia elettrica portava via un intero stipendio.


Ricordi affiorano, come cocci di navi naufragate. Era una serata di ottobre, forse il 2004. Il giorno era stato lunghissimo. Dormito due ore, tutta la notte, e parte del mattino sveglio, per smanettare con il computer. Eppure erano settimane che non mi svegliavo così felice. Poltrone lacere e logore, un vecchio bus abusato per le tratte provinciali, il solo ricordo mi allunga le labbra, chiudo gli occhi e penso. Il bambino si è addormentato, devo essere l’unico a stare sveglio. Una vecchia abitudine, finchè sono in viaggio, amo guardare la terra oltre i finestrini. Io e i miei amici, le mie amiche, ci eravamo preparati tutto il suddetto giorno. Nonostante la stanchezza, volevamo ballare. Dopo il riposino pomeridiano avevo osato persino affrontare un supermercato per comprare il rum e il succo di mela. Eppure, alle due avevano spento la musica, e noi eravamo i soliti molestatori, quelli che proprio non si vogliono adattare. Mi chiedo ancora perché non sono fuggito in Spagna. Si sarebbe trattato di un’emigrazione necessaria, motivata dalla voglia di vivere, più che dalla morsa della fame, distinzioni sottili in fin dei conti. E ora sono un migrante, costretto proprio dalla fame. Mia mamma piangeva, povera. Le lacrime sgorgavano che parevano secchiate, i singhiozzi erano urla di dolore.

Non ho altra scelta. Per quel lavoro mi hanno dato neanche 100 euro. Non ci siamo pagati nemmeno la legna per la stufa. Non sai nemmeno quante volte ho rischiato di cadere dalle impalcature! Massimo sta da mesi ormai in Puglia, mi ha detto che i nuovi impianti hanno bisogno di manodopera, pagano bene. Qua non si può stare!”

Prima di partire le milizie padane hanno caricato la folla a Padova. Una ventina, tra ragazzi e ragazze avevano tentato di saccheggiare un supermercato. Un morto e tutti gli altri feriti. Ora giacciono nella prigione di Peschiera, vecchio carcere militare, convertito in penitenziario di massima sicurezza, lager per i sovversivi. Era meglio se fossero morti anche gli altri diciannove.

Capita spesso che i più giovani tentino il tutto per tutto. Io, che ho ormai quarant’anni, li capisco benissimo. Sui vent’anni ero quello che si dice una testa calda, non mi andava bene nulla, sempre in conflitto con tutto e con tutti. Ho perso la battaglia ora. Mi hanno insegnato a genuflettermi, a pregare il dio giusto. Ne sono servite di botte. Sulla schiena ho ancora i lividi. Non hanno avuto pietà di me quel giorno, una schifosa giornata di novembre, del 2013.


Scrollo le spalle, cancello i ricordi. Regna il buio, ma a me basta un riverbero per vederci. L’abitudine me la sono fatta nelle cantine in cui ci nascondevamo durante le perquisizioni. Non potevamo permetterci la luce, e così, per sopravvivere, spesso da solo, ho aguzzato la vista, come si suol dire. Molti non ci credono quando glielo dico, ma allora ero un accanito sperimentatore di stranezze, chiamiamole così. Era l’estate del 2008, quando tutti si beavano nella bonaccia, come se il mondo sarebbe sempre andato così. Non che mi aspettassi il bordello che è saltato fuori nel 2012, ma c’erano molti indizi. Io mi ero ritrovato con uno di quei libri di cui senti parlare da anni, ma che non tieni mai in mano, che ti dimentichi che esistono. Il destino aveva voluto che io lo trovassi in uno squat a Milano, un posto occupato sui navigli, ben organizzato per quello che mi pareva, con tanto di vendita di prodotti biologici a prezzi politici. T.A.Z. di Hakim Bey, questo il titolo. Un saggio a frammenti, molto interessante, che mi aveva spinto a ricredermi, a provare ad abbattere le idee paletto che ci insegnano da piccoli, quelle idee dannose, che ti fanno vivere una vita miserevole, in cui un numero x di denaro dovrebbe rappresentare la massima soddisfazione. L’idea principale è che con la volontà si possono fare e ottenere cose che ai comuni esseri occidentali paiono impossibili. Questioni d’energia, di legame simpatico con il mondo. In fin dei conti noi siamo energia, anche se ci presentiamo allo stato solido e liquido. La stessa fisica l’aveva dimostrato.


Mi spiace un mondo non avere un qualche supporto musicale. L’ultimo che avevo lo devo aver venduto, o forse perso. Un lettore mp3 della Sony, che avevo comprato a Napoli, probabilmente rubato, anzi togliamo il probabilmente, nella primavera del 2005, nei giorni della Biennale degli artisti del Mediterraneo. Avrebbe ormai quindici anni e nonostante l’anzianità sarebbe lusso tecnologico nella Repubblica del Nord. Chi possedeva qualcosa l’ha venduto, così l’unica musica che si sente è quella delle bande, che dovrebbero riprodurre un qualche tipo di musica tradizionale, che però non ha lacuna tradizione, nessun legame popolare, elaborata da qualche intellettuale folle nelle accademie della cultura celtica. Il resto è suonato di nascosto, perché balli e danze sono vietati per gran parte dell’anno, eccetto durante le feste degli eroi della patria padana. Ogni tanto penso di vivere in un romanzo di fantascienza, penso che un tale accanimento contro l’essere umano non possa essere vero, poi ricordo esami sostenuti, saggi letti, e trovo innumerevoli somiglianze tra i miei tempi e altre epoche. Un mio amico è in galera da due anni per aver canticchiato un pezzo di un cantautore ligure, che ora in pochi ricordano, ma che prima e dopo la sua morte era stato famosissimo, Fabrizio De Andrè era il suo nome.

Il finestrino, imperterrito, continua a scorrere, il tramonto alle spalle. Bisogna approfittare della notte per passare il confine. Le autorità meridionali concedono i permessi di soggiorno unicamente a chi ha almeno un genitore nato nel centro-sud, io quindi, polentone da generazioni, dovrò cercare di gabbarli. Per niente semplice, la loro tecnologia è al di poco superiore a quella del nord, in pochi anni sono riusciti persino a sviluppare, al politecnico di Bari, un potentissimo sistema operativo, di nome Apollo, indubbiamente un omaggio al sole, che è la base della loro prosperità.

Una tangente alle loro forze dell’ordine è fuori luogo, primo perché non ho i soldi necessari, secondo dei miei euro non se ne fanno proprio nulla. Una lira vale circa cento euro, e lo stipendio di uno sbirro locale si aggira sulle trecento lire, facendo delle semplici equivalenze risulta che sono fottuto. Il migliaio di euro che ho con me basteranno a malapena per i primi giorni, poi confido in Massimo, che è da due anni in Puglia. Trovare lavoro nei nuovi impianti termodinamici non sarà un grosso problema o nemmeno nelle aziende agricole, è che dovrò farlo in nero, senza contratto. Il pensiero mi fa sorridere, in questi dieci anni ho vissuto soltanto di lavori irregolari, pagati un cazzo, perché è tale la disoccupazione che una persona vale l’altra.

Il mio problema è condiviso da tutti i passeggeri del bus. Chi aveva genitori meridionali se ne era andato da anni, molti ancora prima che la repubblica del Nord chiudesse le frontiere, per evitare che vi rimanessero solo vecchi e donne. Confidiamo negli Appennini tosco-laziali, nei boschi e nelle zone più disabitate. Ma i controlli sono molti e molto efficienti, non tanto da parte delle autorità meridionali, quanto da quelle del nord. La Confederazione del Nord America fornisce armi e dispositivi ai raggi infrarossi in abbondanza. Per ora non me ne curo, anni di assurdi dolori mi hanno spinto ad un’indifferenza per la vita, un’apatia di sopravvivenza. La sensibilità è un lusso per i paesi ricchi.


Mi risuona nel cervello un motivo, una qualche canzone notturna, di quelle che si adattano alla mia condizione, o forse si sarebbe adattata a qualsiasi condizione. Gli Appennini, le strade abbandonate a se stesse, borghi fatiscenti in lontananza, nemmeno una luce, buio per chilometri. In altri tempi avrei voluto vedere un cielo come quello che intuisco oltre le macchie e gli aloni del finestrino, una spolverata di polvere di stelle e migliaia di puntini, nessuna nube rossa, effetti dovuti all’inquinamento luminoso che da piccolo mi incutevano timore. Non ora, dato che il buio non ha nulla di naturale, è una conseguenza di scelte consapevoli.

Qualcuno si sveglia, borbotta con la voce impastata dei nomi, sento quello del Monte Amiata, la nostra destinazione, dove tenteremo l’attraversata e l’arrivo ad Orvieto, in quella che un tempo, prima del riordino amministrativo, era l’Umbria.

La Toscana è brulla, nonostante sia maggio, i campi incolti, gli ulivi o i vigneti invasi dai rovi. Passiamo vicino ad un paesino dove le case recano i segni della breve guerra che si è svolta tra le due repubbliche, quando erano ancora ufficialmente una sola. Una guerra di tre giorni, che aveva fatto pochissimi danni e pochissimi morti. La Toscana, l’Emilia e parte delle Marche erano passate al nord, il resto del paese era controllato dal sud. La Sardegna rimaneva una questione aperta, stava rischiando di fare la fine di Cipro, spaccata in due fazioni principali: i filo nordici, minoranza sostenuta dalla Confederazione nordamericana che voleva l’isola per ostacolare la Federazione del Mediterraneo e i filo sudisti, minoranza sostenuta dalla Repubblica del Meridione, per contrastare gli interessi nordamericani. La maggioranza dei Sardi volevano invece l’autonomia, il quieto farsi i cazzi propri dopo secoli di dominio straniero.


Scrivo da ore, eppure non abbiamo percorso che poche decine di chilometri, grazie allo stato di abbandono delle autostrade, ormai utilizzate solo dalle milizie. Noi percorriamo vecchie stradine, sentieri della droga o dell’emigrazione. Forse questo bus contiene della droga, taniche del nuovo composto, lo yuje, di origine incerta, c’è chi dice la Cina, poco importa, perché quello che gira nella penisola italica è prodotto nei laboratori clandestini del milanese, nelle vaste periferie abbandonate a se stesse. Liquido verde smeraldo, inodore, insapore, per non lasciare tracce, inalato attraverso appositi aggeggi, costoso, ma chi lo prova fa di tutto per averne ancora. Non è la dipendenza che crea l’eroina, ma la potenza fantasiosa che esso genera a spingere il tossico di yuje a consumarne quotidianamente. Giovani di mezzo mondo, violentati dalla Crisi, abituati al lusso, che era normalità, di colpo gettati in una nuova normalità, fatta però di miseria nera, ne fanno uso, o cercano di farne uso. Spinti dal fatto che lo yuje non crea nessuna dipendenza, in apparenza, eppure anche la marijuana o il più blando cacao, come molti piaceri della vita, una volta provati, diventano parte integrante della vita, perciò necessari.

Chi consuma yuje è dio. La sua mente, il suo corpo si fondono in una volontà di potenza spaventosa, quello che si vive è reale e irreale allo stesso tempo. Ciò che si immagina diventa reale, ciò che è reale sparisce nell’immaginazione. Lo yuje permette di creare il mondo, di plasmarlo in base ai propri desideri, stando seduti su di una poltrona, senza affanno, senza dover parlare o stare in mezzo agli altri. Prendo in prestito parole non mie, perché non ho mai avuto il coraggio di affrontare lo yuje, a differenza delle droghe che lo hanno preceduto, che lentamente stanno scomparendo dalla scena.

Non faccio morale, perché ne sono immune, ma in fin dei conti lo yuje non è che una nuova eroina, forse di origine genetica, una nuova sostanza che serve ad eliminare, a distruggere e non a creare.


Non c’è nessun rumore che ne indicano la presenza, solo una sensazione spiacevole e le informazioni necessarie per chi vive tra i confini. I droni nordamericani scandagliano la terra di nessuno, inutile ripararsi tra i radi boschetti rimasti, sopravvissuti ai saccheggi. I rilevatori ai raggi infrarossi funzionano ottimamente con gli esseri umani, perché emettiamo calore, oltre che rubarlo. Migliaia di km di costa sono stati scandagliati per individuare i clandestini che immigravano negli Stati Uniti, poi i droni vennero dotati di armi leggere per eliminarli, quando la Confederazione nordamericana chiuse le frontiere a chiunque osasse appropriarsi delle sue riserve energetiche.

Il bus e il suo contenuto umano sta sospeso in un limbo di attesa, ansia, angoscia, sensazioni che iniziano e terminano in “a”. Il Monte Amiata è davanti a noi, un bel posto in altri momenti, ma ora è l’ostacolo, il confine sorvegliato oltre cui andare.

Il cuore è lento, lo ho addestrato alla calma, affinché il panico non mi invada, impedendomi di capire dove è l’uscita, se ce ne è una.

Scendiamo dal mezzo e in massa ci muoviamo verso i bagliori lontani. Non ho un bel presentimento, guardandomi attorno ho l’impressione che tutti quanti condividano la simile indifferenza per la propria vita.

Non così cojonassi! Xe megio che andè sparsi, non tuti assieme, come delle vache al macelo!”

Mi giro, l’autista se ne sta ancora fermo imparte alla portiera aperta, in mano una sigaretta di tabacco. Un desiderio mi prende lo stomaco, anche se sono anni che ho smesso, un lusso che non potevo permettermi. Il veneziano deve farne di soldi per permettersi il tabacco, sicuramente roba spacciata attraverso le basi nordamericane, roba dalle piantagioni illegali nei distretti più a sud, dove il clima lo permette, o proveniente dalle aree incontrollate, i vecchi stati meridionali come la Virginia, il Texas o l’isola di California.

Quasi non avessi altro a cui pensare, eccetto una banale strategia di sopravvivenza, i pensieri vanno al contrabbando del tabacco, ma poi si fermano, richiamati da fenomeni a me più vicini. Per esempio i fasci di luce che si intensificano, le ombre che si spostano nel cielo, forse un abbaiare di cani.



Oltre il confine


Non ricordo nulla. L’amaro che ho in bocca e il senso di nausea li conosco. Gas lacrimogeni, respirati talmente tante volte, che mi sembra strano di non averne sviluppato una dipendenza. Solo che ogni volta cambiano composizione chimica, gli ultimi hanno il pregio di provocare l’oblio, buchi temporali di qualche ora. La formula è ricavata dall’alcol etilico, il cui potere di eliminare ricordi è comprovato da millenni.

Mi guardo attorno, sono immobilizzato su un lettino, riesco solo a muovere gli occhi, la mano destra. Poco a poco riprendo anche l’uso dei muscoli del collo, sollevo la testa, sulla parete bianca davanti a me c’è una mezzaluna rossa. Il pensiero si contorce, cerca di appigliarsi a qualcosa, ma scivola. Cosa ci faccio in un luogo gestito dalla Mezzaluna Rossa? Raccolgo brandelli di ricordi, informazioni. La Repubblica del Meridione, in effetti, si avvale prevalentemente di questa organizzazione, più che della rivale cristiana. Scelta tattica, si intende, dato che i musulmani residenti nel centro-sud sono una minoranza, seppur significativa. Molti sono quelli sfuggiti dal nord, che grazie agli accordi multilaterali del 2015 sono cittadini a tutti gli effetti. Tentare di racchiudere il nulla in cui mi trovo all’interno di una griglia mi aiuta, ma ancora non capisco dove sono.

Ora mi riesco a sollevare con il busto, intorno a me non c’è nessuno. Pare non esserci nulla al di fuori di questa stanza, nessun rumore, non si capisce nemmeno se sia notte o giorno, perché le finestre sono coperte da pesanti tendaggi.

Una porta si apre, una figura nera contornata da un sole luminoso si fa avanti, fino a definirsi con maggiore chiarezza. Una donna sulla trentina, la prima cosa che noto è la divisa dei reparti medici dell’esercito meridionale, la seconda cosa è che si tratta di una bel esempio di donna del sud.

Lei è stato fortunato. I suoi compagni sono tutti morti – registro l’informazione con un timido assenso, mi sento ancora stordito, non riesco a metabolizzare l’idea -, molti sono stati bersagliati dal fuoco delle mitragliatrici dei droni. I superstiti sono stati divorati dai cosiddetti borderdogs.”

Cani di frontiera, canidi ogm, programmati attraverso innesti di biochip, per inseguire ed uccidere ogni ominide che passi da una parte all’altra di un dato territorio.

Ancora io e le mie colleghe non ci capacitiamo del fatto che lei possa aver superato il confine, seppure in uno stato di furore talmente intenso da costringerci a spararle addosso dei calmanti.”

Calmanti, altro che lacrimogeni. Ma soprattutto, furore? Forse questo il motivo dell’oblio totale che ricopre gli eventi di cui mi parla la dottoressa.

Alcuni dei nostri colleghi dei reparti operativi hanno pensato che lei potesse essere una spia dei nordamericani, intrufolatosi attraverso gli immigrati clandestini del nord. Ma una scansione ha dimostrato che non ci sono chip nella sua testa, eccetto quello identificativo, si intende.”

Si intende?!?”

La dottoressa mi guarda come fossi uno stupido e devo proprio esserlo.

La Repubblica del Nord inserisce chip per identificare e conoscere l’ubicazione esatta dei propri sudditi, ops, cittadini – la svista non ha l’aria di essere un lapsus, ma a me sta bene, mi trovo d’accordo - , da almeno sei anni. La pratica è segreta, perché il codice dell’O.N.U. in materia è preciso, ma il valore effettivo di tale codice è di fatto nullo.”

La notizia mi ha scosso, per quanto il mio rincoglionimento lo permette, ma in fondo era una cosa da aspettarsi.

Il suo statuto è comunque particolare. Lei sarà sottoposto ad analisi, dato quello che le è capitato mentre tentava di superare il confine. Un tentativo ben riuscito a quanto pare.”

Sono talmente stanco che non riesco nemmeno a dire qualcosa. L’unico pensiero, puro istinto, è che sono troppi mesi che non faccio l’amore, è come se la dottoressa me l’avesse ricordato. L’idea non mi stupisce, è sopravvivenza anche questa.


Per ore nulla, me ne sto fermo sul lettino. Ho ripreso il controllo totale dei miei muscoli. Non che me ne faccia molto, forse pensano che io stia dormendo. Fortuna che il cervello è troppo lento ancora per annoiarsi. Tende ad addormentarsi, quasi ad ingannare il tempo. Nemmeno mi sforzo di pensare al come, l’unica idea va al dopo, non starò per secoli in questa stanza. Controlli, analisi sono parole che non mi piacciono molto. Non temo la vivisezione, mi spaventa proprio non avere un futuro, pur intuendo che ce ne deve essere uno.

Solo attimi, di quiete sospesa, forse sta tramontando il sole, perché mi pare di vedere la debole luce dell’esterno farsi sempre più fievole. Ma è solo un pensiero, come tanti altri. Mi basterebbe della musica, o un libro. Non so dove siano i fogli su cui stavo scrivendo, mi farebbero comodo. Tutto è silenzio, eccetto i ricordi che appaiono, nelle loro immagini, nei discorsi, nei vari suoni che li compongono. Senza legami, senza confini, così, come qualcosa portato da onde cerebrali. Uno schermo con un foglio bianco, la colonna sonora di un film, forse Blade Runner, seduto al lavoro, dietro di me una stufetta elettrica, attendendo di uscire, per andare fuori, per uscire da sé.

Oppure tinte purpuree, violacce, rosastre e delle onde color del mercurio, fa caldo e passeggio verso casa, mangerò qualcosa, poi bacerò e amerò qualcuna. Le macchie disperse si uniscono in un insieme ambiguo, dove i momenti si mescolano, sto precipitando nel dormiveglia…un concerto di musica araba, si ma, fa caldo, non so dove possiamo andare, aspettiamo il prossimo ormai, provo a chiamarli, la sabbia si infila nelle cose e dentro la macchina, mi dovrei fare una doccia, vino e cibo da comprare, poi ovunque, tanto ci sarà casino, i tuoi occhi mi fanno piacere, non smetto di baciarti, tremo dal desiderio mentre mi sfiori con le labbra il collo…


Oggi, 22 maggio 2020, mi hanno sottoposto ad una specie di tac. I dottori sono più giovani di me e tutto sommato simpatici. Mi ha stupito la dottoressa, già in servizio a ventisette anni, da poco uscita dall’università, specializzata in medicina classica cinese. Solo a vederla mi sento bene, ho ripreso anche a sorridere, poi mi nutrono a spese dello stato, mi hanno dato vestiti e una stanza tutta mia. Dicono che sono un caso interessante, pare che ci siano approfonditi studi sul cosiddetto paranormale, vengono analizzate forme di trance, di possessione e altri fenomeni che sono del tutto normali, ma non per i colleghi del nord. Ho notato un certo razzismo nei confronti dei nordamericani e dei settentrionali, non un odio ottuso immotivato o motivato dalla classica strategia della guerra tra poveri, piuttosto un disprezzo consapevole, cosciente di quanto i suddetti popoli siano coglioni, prepotenti e sprezzanti delle vite altrui. Con me, ovviamente sono molto rispettosi tutti, dottori, infermieri, dico ovviamente, perché è evidente che di padano ho veramente poco, che in fondo sono un terrone nato. Mi intrattengo spesso in lunghe conversazioni con la dottoressa, che capendo il mio amore per la scrittura, mi ha fornito di un pc portatile. Erano anni che non ne vedevo uno, e quello che ora possiedo mi sembra una cosa uscita da un film cyberpunk, infatti Chiara ci ha messo un poco a spiegarmi come funziona. Io ero abituato con i sistemi Windows o Mac, qui mi trovo di fronte ad un sistema nuovo, l’Apollo, ma abbastanza semplice tutto sommato. Le dimensioni sono quelle di un foglio A5, ma si espande, posso scrivere direttamente con una penna, e la tastiera non segue l’inutile schema qwerty, le prime sei lettere dei pc tradizionali. Il collegamento alla rete è talmente veloce che in due secondi mi sono scaricato un pentabyte di musica, adesso ne ho anche troppa, ma erano secoli che non ascoltavo i gruppi dei miei vent’anni, 99posse, Sud Sound System, Suoni Mudù, Dj Shadow, Miles Davis, sono riuscito a scaricare persino roba dei Mafia Magrhebine, un gruppo rap francese, che mi piaceva moltissimo, grazie alla commistione di melodie magrebine e voci francesi. Non posso annoiarmi, anche se non mi è ancora concesso uscire dall’ospedale, a causa del permesso di soggiorno, che non posseggo per nulla. Chiara, così si chiama la giovane dottoressa, sta cercando delle soluzioni per questo problema. Penso di piacerle, si ferma delle ore nella mia stanza a parlare di molte cose, soprattutto del passato, degli anni burrascosi di inizio secolo, quando lei era piccola. Io sorrido all’idea di fare lo storico, mi sento un vecchietto che spiega ai nipoti che vita di merda ha vissuto.


È già sera, fa caldo, le rondini scorrazzano in cielo, tra sfumature di rosa e di viola. Chiara sorride guardando fuori dalla finestra, forse pensa che tutto ciò che le ho raccontato del passato sia finito, che qualcuno ci sta credendo, che qualcuno ha iniziato a vivere meglio, a vivere finalmente. Mi sfiora la mano destra, un brivido mi corre lungo la schiena, una sensazione di piacere puro mi scuote, sensazioni dimenticate, coperte, sedate. I suoi occhi fissano i miei, si avvicinano finchè l’unico contatto è quello delle nostre labbra. Descriverei la gioia che provo, ma per fortuna è impossibile, il piacere, l’amore sono assenza di linguaggio. Ci esploriamo, ci togliamo ciò che impedisce la nostra reciproca scoperta. Siamo nudi, sorridendo mi accarezza il pene, lo avvicina alle labbra. Io inarco la schiena per la forza del desiderio, mi lascio scivolare in un tempo senza tempo. Si sdraia sul letto, le succhio i capezzoli, ho sempre amato i seni delle donne del sud. Scendo verso il suo regno, lo circondo, lo assedio con la mia lingua, godo nel sentire i suoi gemiti. Il resto scorre in movimenti sinuosi, in spirali, in cerchi, in frammenti che esplodono nelle nostre teste, sconvolte dal piacere, lo facciamo a lungo, ci concediamo all’oblio della ragione, puri corpi animali, spiriti in simbiosi. Forse è notte, forse è giorno, quando mi sveglio, vago in trance per la stanza, lei sta ancora dormendo, con un bicchiere in mano osservo prima il suo corpo quieto, poi ciò che c’è fuori. La finestra è grande, per sfruttare la luce solare, così il mare si affaccia con tutta la sua indefinitezza, capisco ora, è notte. Delle luci sulla costa, forse della musica, ma tutto è così lontano, che forse sono solo speranze o ricordi di estati trascorse su varie coste, anche qui dove ora mi trovo.

L’occhio si ferma sulla realtà, apro la memoria, una nottata che stava finendo, il 2005, agosto, la musica ragga sulla spiaggia, un sorriso che mi guida più lontano, un buon cannone di ganjia, la giusta dose di rosato, per innalzare lo spirito, baci, lei viene su di me, mi spoglia, mi chiede un preservativo che genera ilarità, senza nessuna cazzata per la testa ci concediamo reciprocamente, fino a che il sole non è abbastanza alto, e allora andiamo a farci il bagno.





Un luogo a caso nella Confederazione nordamericana


I passi risuonano aulici nelle sale di marmo, il riscaldamento è sufficiente a ridare calore al corpo, ancora scosso dai brividi. Sono bastati pochi secondi, uscire dalla vettura, attraversare il breve spazio tra questa e il portone per rischiare l’assideramento. Mani si stringono, sorrisi si dispiegano automatici come orologi al quarzo, quelli di una volta.

Caro mio, fa un freddo, che senza paradossi, definirei infernale!” L’inglese è fluido, senza accenti, quasi digitale.

Non siamo mica nella penisola italica qui!” Il sorriso si fa più largo, ma rimane fermo, non si scompone.

Lo so che non dovrei, ma dato che sono io a stabilire ciò che si deve e ciò che non si deve, ti offrirò un bicchiere di ottimo whisky.”

Un servo bianco apre la porta che da accesso ad uno studio, stile vittoriano, si siedono su delle poltrone di vera pelle.

I bicchieri si colorano di ambra, pochi e misurati sorsi.

Buono, davvero buono.”

E’ whisky del 2003. Avevamo molti meno disturbi in quegli anni. Con questo freddo molti sudditi stanno morendo, spesso i reparti operativi devono intervenire, e le granate assordanti o i lacrimogeni non bastano. Detroit è in subbuglio da due giorni, più ne ammazzi, più ne saltano fuori.”

Sguardo fisso oltre la finestra, impassibile rimescolare del contenuto nel bicchiere.

Il solito problema, alcuni ci servono, gli altri consumano yuje e crack, ci comprano le armi. Gli ingegneri sono ancora indietro con la programmazione, altrimenti il problema sarebbe già risolto.”

Il solito problema. Anche i nostri reparti devono abusare delle vostre dotazioni per reprimere i saccheggi. Però da noi il problema è opposto, ci manca manodopera, abbiamo troppi miliziani, perché loro mangiano, hanno legna o carbone vegetale da dare alla famiglia, sono impuniti nelle loro azioni, ma mancano operai.”

So tutto. Le vostre industrie sono in rovina, altrimenti vi avremmo fornito robot. Ma quello che ci serve per far fronte alla negritudine, alla marmaglia musulmana sono soldati inflessibili. I nostri, per non parlare dei vostri sono troppo umani, troppo deboli. Abbiamo provato con lo zen e tutte quelle stronzate orientali, ma niente. Stanno studiando degli innesti particolari, dei connettori per sopprimere dolore e coscienza, ma il rischio è sempre quello di creare degli inutili automi.”

Abbiamo bisogno di soldati! – la stretta si fa dura attorno al bicchiere, il liquido ondeggia per un secondo – Stanno diventando potenti, il loro cazzo di sole!”

Come procede l’estrazione dei bitumi?”

Troppi rischi, i paesi africani sono instabili, infidi, da un momento all’altro rischiano di allearsi con i mediterranei o con gli arabi. Impieghiamo troppi reparti per fanghi che ci danno poca energia. L’uranio si sta esaurendo, il carbone è oramai finito. Qualcuno sostiene l’uso di satelliti eliotropici, ma sono pericolosi, chi li controlla può far fuori i suoi nemici con un semplice click. Difendersi diventa sempre più dura. Una comunity vicino a Seattle è stata assaltata da una folla di ispanici.”

Un sigaro viene acceso, un preziosissimo sigaro cubano, ne viene offerto un altro, una mano fa segno di no.

Quei pazzi degli antirepubblicani aizzano le folle con i loro preti per spingere all’uso dell’atomica. Se dovessero vincere alle prossime elezioni rischiamo di vivere per il resto degli anni in bunker, se ci va bene.”

Un pallore fulmineo, rapido che altrettanto rapidamente scompare, affiora sul viso di uno dei due.

I fiocchi di neve scendono lentamente, dolci nel loro vagare senza un senso apparente, mancherebbero dei bambini che giocano rincorrendosi, Natale e dintorni. Maggio, il calendario gregoriano non lascia spazio a fantasie.



Deliri verbali, gocce di saggezza che riemergono, Chiara è al lavoro, non so come, è riuscita a recuperarmi il permesso di soggiorno, con qualche scusa relativa al rifugio politico. Pare che qui al sud siano molto poco ristrettivi riguardo le concessioni dei permessi, buon per me, tra pochi giorni me ne uscirò dall’ospedale.

Non posso lamentarmi del trattamento che mi riservano qui dentro, mangio benissimo, mangio soprattutto. Come al solito rimango stupito da tutto, il primo giorno, dopo essere uscito dall’ospedale da campo, un’infermiera mi ha chiesto se ero vegetariano, io le ho risposto di si, dato che la DAS, la deficienza alimentare straordinaria non ti da molte scelte, e poi la carne è un lusso per le elite, il pesce non ne parliamo. Chiara mi ha detto che la tendenza negli ospedali del sud è di nutrire i pazienti in modo vegetariano se non vegano, per migliorare le cure, che comunque gran parte della popolazione è di fatto vegetariana. La carne è fortemente tassata, la produzione disincentivata, e nelle scuole viene insegnato che un’alimentazione a base di proteine animali non fa bene al pianeta, per gli eccessivi consumi energetici che comporta l’allevamento.


Novembre 2004, una voce esce dalle casse, lo schermo rimanda lettere su uno sfondo bianco. Back, in flash di altri giorni, faceva caldo, ma da giorni non si vedeva il sole. Chi si aspettava qualcosa, chi niente, vagavo tra beat e rime, ogni tanto notizie dal mondo, elezioni negli States, scioperi annunciati, vaghi ricordi di una serata. Film nella testa, luci che scivolano oltre di me, la pioggia che bagna la mia visuale. Attendo di uscire dall’ospedale, e qui seduto, lascio che i pensieri seguano dei percorsi tutti loro, mescolando ricordi a fantasie. Faceva troppo caldo, doveva essere il 2 novembre e me ne stavo beato in maglietta. Temperature eccezionali che a molti ricordavano le condizioni climatiche dell’76, quando ci fu un devastante terremoto in Friuli. Non successe nulla di tutto ciò, le cose che dovevano succedere erano ben altre, ma l’abitudine ad una condizione definita benessere impediva di elevarsi, di trascendere le proprie anguste dimensioni. Figure piane si agitavano nella loro bidimensionalità, rinchiuse nella flatlandia di tutti i giorni. Pochi minuti e i ricordi sono interrotti da un’infermiera che mi consegna un palmare, faccio una firma, e quasi in trance mi avvio verso le porte dell’edificio.

Il sole è alto nel cielo, la tarda primavera è piena estate, latitudine e cambi climatici affollano lo spazio esterno di piante sconosciute, di palme e persino di banani.

Luca!” Una voce mi afferra, mi volto, vedo Chiara che si allontana da un gruppo di colleghe e mi viene vicina. Mi osserva per alcuni secondi, stringe gli occhi, come se il mio viso la stupisse.

Sei più strano del solito oggi, mah, sarà il fatto che finalmente sei “libero”! Tu te ne vai a zonzo, ma non hai un posto dove andare, quindi finchè vuoi sarai ospite a casa mia. Non dire una parola, ho già impostato tutto, basterà che mostri l’iride al led sulla porta. Scusami ma devo scappare, ci vediamo tra qualche ora, vatti a fare un bagno, l’acqua è stupenda oggi.” Un bacio veloce sulla guancia e scompare dentro l’ospedale. Ha ragione Chiara, mi sento sotto l’effetto di un qualche anestetizzante, distaccato da ciò in cui sono adesso. Le gambe seguono traiettorie a me sconosciute, forse delle linee che affondano nella memoria, piazze, vie, visioni di estati, le loro anticipazioni nelle mie fantasie d’autunno. Il cellulare vibra nella tasca destra, lo schermo si allarga mostrando una mappa e un pallino rosso, sono io, e quella x è la casa di Chiara. Cinque minuti a piedi seguendo il litorale.


Mi ricordo qualcosa, come uno sfondo, ma tutto è cambiato in primo piano. Ragazzi e ragazze in canottiera o in pareo camminano verso la spiaggia, li osservo da un muretto, tra due palme piantate nei vasi. Il mare è uno specchio azzurro, con macchie umane che schiamazzano. Rimango indeciso, in modo automatico scendo dei gradini, senza guardarmi attorno, sento il caldo della sabbia, un piacere lontano, estati al mare, quando la costa era un luogo di villeggiatura. L’atmosfera è rosea, arancione, chi riposa, chi gioca tirandosi una palla, chi balla una musica mai sentita prima, bassi penetranti, voci distorte, come sott’acqua, violini, contrabbassi e melodie arabeggianti. Invano cerco un impianto di diffusione, poi mi accorgo che una ragazza muove le mani all’interno di una sfera azzurra sospesa davanti a lei. Sono stordito, la netta sensazione di essere stato catapultato in uno di quei libri che leggevo a vent’anni, che si sono persi in mille traslochi, in centinaia di prestiti.

Ancora non riesco a capire dove si trovino le casse, vago con una certa inquietudine, ma niente.

Scusa, mi puoi dire da dove esce questa musica, tral’altro che roba è?”

Il ragazzo a cui ho fatto la domanda mi guarda come fossi un vecchio di duecento anni, allunga le labbra in un ghigno, del tipo, da dove vieni?

E’ na cosa che ha fatto un dj tunisino, non mi ricordo il nome, penso sia una compilation che Nadia – e mi indica la ragazza che compone la sua magia musicale – ha scaricato, roba rai & B. Le casse?!? Non so a che ti riferisci!”

La questione si fa sempre più complessa, il dialogo è suono che si infrange su un muro. Sembriamo due culture lontane che si incontrano la prima volta, e a ben pensarci mi sento un etnologo impegnato in una sorta di ricerca, un’ etnografia rovesciata,carnevalesca, paradossale, dove la cultura analizzata è superiore tecnologicamente a quella dello studioso.

Bhe, per casse intendo degli oggetti di solito a forma di parallelepipedo da cui escono i suoni riprodotti da un lettore cd, da dei vinili, da delle cassette e altri supporti musicali.” Tutto quello che dico mi suona immediatamente incredibile. Il ragazzo mi guarda sempre più stupito. “Cazzo! Tu vieni dal nord, i cd?!? Voi avete ancora quella roba? Poracci, sono anni che non se ne vedono, mio padre deve averne conservati alcuni. Tutta roba superata, la musica gira nella rete e te la porti indietro in placchette di plastica non più grandi di una moneta. I suoni escono da quella sfera azzurra, il rotare nell’aria crea l’onda sonora che si propaga velocissima in modo da non disperdersi, se non dopo parecchi metri.”

Lo ringrazio con l’aria di chi a stento ci ha capito qualcosa, se non che oltre la frontiera vivevo nell’oblio tecnologico. Mi sdraio direttamente sulla sabbia, poco lontano da un gruppo di ragazzi e ragazze che ridono parlando degli esami che devono dare tra pochi giorni. Qualcuno estrae un piccolo schermo che subito si allunga fino a diventare una sorta di tavola, gli altri si avvicinano, iniziano a confabulare e spingersi. Io mi rifiuto di carpire informazioni, devo affrontare questa realtà con calma, Chiara mi spiegherà tutto, spero. Intanto mi lascio assorbire dai raggi solari e dal loro calore, che lentamente mi inducono in uno stato di beata sonnolenza, a cui non tento di sfuggire.


Un suono improvviso, una melodia che non conosco, come un piano accompagnato da un’arpa e riapro gli occhi. Mi sono addormentato sotto il sole, non è stata una buona mossa considerando la latitudine, lo strato di ozono che è ridotto ad un colabrodo e che io non prendo sole da una vita. Il suono è quello del cellulare che mi ha dato Chiara, lo trovo in tasca, tocco un tasto verde e mi appare il suo viso.

Tu sei pazzo!Dalla faccia si capisce che ti sei addormentato sotto il sole, spero per poco, se no domani devi ritornare in ospedale, però a guarire dalle ustioni sta volta!Vabbè dai lasciamo perdere, volevo dirti che finisco prima del previsto, così possiamo andare a Maglie questa sera, che ci sta una sagra. Da come mi hai parlato delle tue vacanza qui, penso che sarai entusiasta!”

Cazzo Chiara! Non mi ricordo nemmeno più il suono del tamburello, sono passati secoli. Faccio un bagno in mare e poi cerco casa tua!”

Non spingerti a largo, che ci stanno gli squali!”

Squali?!?”

Oramai il Mediterraneo è infestato di pesci tropicali e non , che non si fanno problemi a mangiare carne umana.”

Non starai mica scherzando?”

No bello mio, e gli squali sono i meno pericolosi, spera di non incontrare le specie ibride che vengono dalla Cina! Ma lasciamo perdere, che vedo già il tuo viso farsi pallido, nonostante un rossore di fondo!”


Chiara aveva ragione. Appena trovo casa sua, mi guardo subito allo specchio del bagno, sono di un bel rosso peperone, delle bollicine che prudono fanno bella mostra di sé sulle spalle.

Mi faccio una doccia e mi metto a leggere un libro che pesco a casa nella libreria, un saggio del 2015 che parla dell’economia della Federazione del Mediterraneo. Mi lascio condurre da uno stile molto giornalistico, semplice e accattivante. Trascorrono una cinquantina di pagine, poi arriva Chiara, che si mette a cucinare tutta contenta, dicendomi che non vuole una mano, che è un sacco che non cucina per qualcuno, così mi leggo un’altra cinquantina di pagine, rimanendo colpito dall’organizzazione della rete mediterranea. La base energetica è costituita da impianti termodinamici, centrali che sfruttano l’energia solare attraverso degli specchi parabolici lineari, i quali concentrano la luce diretta del sole su un tubo ricevitore. Dentro il tubo scorre un fluido detto termovettore, che assorbe l'energia raggiante e la converte in calore ad alta temperatura. Il fluido riscaldato fino a 550 °C viene convogliato in un serbatoio, dove va a costituire l'accumulo di calore ad alta temperatura.
Dal serbatoio, il fluido è inviato ad uno scambiatore dove cede una parte di calore con il quale viene generato vapore che alimenta un sistema convenzionale di produzione di energia elettrica. Il fluido conclude la sua corsa in un altro serbatoio, a 290°C, da dove viene prelevato e re-immesso nel ciclo. Il cosiddetto fluido termovettore è una miscela di sali fusi a base di azoto, sali che sono largamente usati in agricoltura come fertilizzanti, sono economici e disponibili in grandissime quantità. Gli impianti sono di ridotte dimensioni e soddisfano l’esigenza di singole città o agglomerati urbani, evitando un’infrastruttura energetica troppo estesa e difficile da mantenere. L’energia solare viene poi usata per destalinizzare l’acqua del mediterraneo che negli ultimi anni si è arricchita di troppo sale, o per estrarre idrogeno dall’acqua e poter alimentare così le celle che forniscono elettricità a impatto ambientale nullo.

Il pregio di questo sistema è che anche le comunità più disperse sono indipendenti, con delle celle all’idrogeno non devono essere allacciate ad una rete nazionale o globale. Questo ha permesso un riflusso dell’urbanizzazione, le città hanno cominciato ad essere abbandonate, le periferie si sono svuotate e sono state invase da orti. La distribuzione economica tradizionale ha subito un tracollo, e piccole reti di produttori e consumatori si sono sostituite all’antiquato e troppo complesso sistema vigente nell’era del petrolio. L’energia solare ha poi un altro piccolo pregio, essendo diffusa, gratuita e semplice da sfruttare non crea tensioni politiche e sociali, non ci sono guerre per accaparrarsi i raggi del sole. La cena è squisita e non faccio complimenti, tanto che mi alzo a fatica, ma contento, per il cibo e perché dopo andremo ad una sagra, in un luogo dove c’è musica, dopo anni di cupo silenzio.



Un luogo a caso nella Confederazione nordamericana

Temo che ti rimangano ancora pochi giorni, mio caro! Gli elettori sono stufi del modo in cui si sta gestendo la crisi, sono stufi di vedere orde di ispanici e negri che assaltano le loro comunity, sono stufi di vedere che i wop e i musulmani sono all’avanguardia nel controllo energetico! Ancora pochi giorni e il senato dichiarerà lo stato marziale!” “Sono io a controllare l’esercito ricordatelo, e la costituzione confederale del 2013 mi dà pieni poteri sul senato e su qualsiasi ente della Confederazione!” “Il potere assoluto non esiste! E tu stai sul piedistallo solo perché lo vogliono i militari. La costituzione? Mi sorprende che un uomo del tuo calibro si appelli a della carta, lo sappiamo bene tutti qua dentro, che quello è stato un trattato dettato dagli Emergency Days e dalla conquista del Canada!” I visi delle persone presenti nella sala, prima tesi e guardinghi, ora sorridono. Il presidente Andrew comprende che è in corso uno strisciante putsch, gli antirepubblicani stanno per assumere il potere, deve agire nella maniera più accomodante per evitare il peggio.



La sagra di Maglie ricorda tutto sommato quelle che avevo visto anni fa, quando ero venuto in vacanza nel Salento, con le loro strutture luminose dette luminarie, che ora sono affiancate da giochi olografici, con le bancarelle dove trovi un po’ di tutto, con un sacco di gente che se ne esce di casa ad orari impossibili per il nord, ma soprattutto con un palco, dove dei gruppi locali mantengono vive le pizziche e le tarantelle. Sono passati quindici anni, ma in questo momento, mentre seguo Chiara che scivola tra la folla, il tempo si rivela essere solo un racconto, una favola che mi sono letto prima di addormentarmi, se non fosse per i vestiti che indossiamo, per altri piccoli particolari, potrebbe essere il 2005. “Quello laggiù è Cosimo Solinas!” Chiara mi trascina con una spinta verso l’individuo che mi ha indicato con evidente stupore. Dopo pochi secondi, mentre ci avviciniamo, realizzo, Cosimo Solinas è stato uno degli animatori del movimento del 2012, delle insurrezioni che avevano portato al crollo della Repubblica italiana. Dopo la nascita del Comitato provvisorio si era subito allontanato dalla scena politica, così pareva. Era stato un gesto inusuale da parte di un ribelle, ma lui sosteneva che l’Italia non aveva bisogno di leader, e così si era occultato, fino ai giorni del 2015, quando gli Stati Uniti, diventati Confederazione nordamericana, si riorganizzarono e cominciarono a riprendere il controllo delle loro basi sul suolo italiano. Furono giorni angoscianti, ma per fortuna l’esercito nordamericano era troppo debole, solo così si evitò che la penisola venisse completamente invasa e che il Comitato provvisorio, che stava riorganizzando il territorio, fosse spazzato via. Il nuovo partito che guidava la Confederazione nordamericana, nato sotto la spinta della crisi energetica, dalla fusione dei repubblicani e dei democratici, il partito del Nuovo Ordine, riuscì comunque a creare un governo fantoccio, composto dagli esuli della vecchia destra italiana, che erano sfuggiti nei territori sudamericani, dopo gli eventi del 2012. Vi fu una guerra di tre giorni, combattuta senza nessun impegno da entrambi i fronti, tutti erano troppo deboli e demotivati. Il Comitato provvisorio scelse la via del compromesso, e così la penisola venne divisa in due repubbliche.

Vedere Cosimo Solinas mi getta addosso una sferzata di ricordi, come fossero ghiaccio o onde elettriche. Non sono nemmeno emozionato, non mi importa nulla di trovarmi di fronte ad uno che “ha fatto la storia”, perché la storia la fanno tutti, anche quando pensano di non fare nulla. Solo che Cosimo è uno di quei personaggi eccezionali che sono venuti fuori con la Crisi, non un rivoluzionario da XX secolo, pieno di principi e scheletri, non un ribelle che poi diventa un conservatore feroce, no, Cosimo è diventato un eroe proprio perché il potere l’ha sempre rifiutato. Nonostante vari appelli dal governo di Napoli, Cosimo preferisce starsene nelle sue terre d’origine, qui in Salento, dedicandosi alla produzione di olio e vino. Cosimo si gira non appena Chiara lo chiama, smette di parlare con una donna che potrebbe avere la mia stessa età e ci sorride. “Cosimo, mi ricordo che una volta sei venuto nel liceo dove andavo, era il ’10, dopo l’armistizio con il Nord. Io ricordo poco degli anni che lo precedettero, ma qua con me ci sta un protagonista del 2012!” Io sorrido un po’ imbarazzato, non mi piace fare la figura del protagonista, non so nemmeno cosa significhi di preciso. “Bhe, protagonista, semplicemente avevo ventisette anni in quell’anno e una cosa come la Crisi ci aveva toccato tutti. Ero giovane e avevo voglia di cambiarlo sto paese, dall’inizio del secolo l’avevo visto andare in malora ad una velocità impressionante!” “Non tutti hanno fatto la tua scelta. In Italia molta gente scappò verso il NordEuropa, sperando che l’efficienza di quei paesi gli avrebbe aiutati, ma come al solito fecero la fine degli immigrati italiani, ladri, sporchi, oziosi, sciupafemmine, le solite calunnie che ci tiriamo addosso dall’Ottocento.” Parliamo a lungo, mentre generosamente mi riempie il mio bicchiere di plastica di un ottimo rosato che produce lui stesso. Non ci diciamo nulla di straordinario, ma il tono che usa, pacato e sereno, me lo rende subito simpatico, sarà anche il vino o l’atmosfera della sagra o il fatto di essere coetanei. Anche lui aveva studiato storia, ma a Bologna, dove andavano molti leccesi. Lì si erano organizzati i primi nuclei di pensiero che avevano stimolato le giornate del 2012, ma già negli anni novanta la vitalità della città emiliana aveva contribuito a rinnovare la sintassi politica. Chiara nel frattempo si aggira per la piazza del paese, in cerca delle sue amiche, ne ho perso le tracce in mezzo alla folla, ma d’altra parte mi piace parlare con Cosimo. Mi spiega di come è stata affrontata la Ricostruzione dopo il Blackout di un mese, nel maggio del 2012. “Lo sforzo di quel periodo fu eccezionale, ma i giovani come noi ci credevano. In pochi mesi avevamo visto crollare le basi della società , e sai che non sto scherzano. Da un giorno all’altro non ci stavano più supermercati, il denaro liquido era stato congelato dalle banche, regnava il coprifuoco dopo il tramonto, altro che aperitivi e sound system! Non ci stava nemmeno più l’energia per i frigoriferi, sempre che c’avevi qualcosa da metterci dentro. I ricchi però cercavano di far finta di nulla, si potevano permettere di pagare il combustibile al mercato nero, si potevano permettere di assoldare poliziotti privati. Erano diventati più arroganti del solito. I ragazzi e le ragazze che avevano dato vita alle giornate pink del 2011, alle proteste creative contro la guerra in Iran, misero in piedi delle piccole reti di assistenza, di mutuo aiuto, grazie anche a tutte l’esperienze di finanza etica che si erano sviluppate negli anni precedenti. Preferimmo di gran lunga questa strada a quella di altre realtà, che affrontarono le milizie private o l’esercito con la classica e maledetta idea della guerriglia. Con l’aiuto di alcuni scienziati, di hacker, di esperti di comunicazione e anche di politici che avevano ancora agganci a Roma, riuscimmo a non far collassate la società, a non farla precipitare in una guerra di tutti contro tutti, come avvenne un po’ ovunque.”

In quel momento ricompare Chiara, che ci presenta delle sue amiche e subito scompare, dicendo che va a ballare, che ci aspetta sotto il palco. Il suono del tamburello, percussione che inonda l’aria di vigore primitivo, sferragliare di sonagli, che ricordano il frinire delle cicale richiama me e Cosimo alla realtà. Il rosato e i ricordi ci rigettano subito nel passato, abbiamo voglia di parlare per adesso. “Riuscimmo, cosa molto importante, a creare delle reti anche con le varie comunità immigrate, soprattutto con quelle musulmane, che in quel periodo erano in forte contrasto con il governo, per via delle politiche repressive innescate dalla famosa legge antiimmigrazione del 2006. Ancora non lo potevamo sapere, ma ciò ci permise di creare le basi per gli accordi del 2015, che portarono alla nascita della Federazione del Mediterraneo.In breve il governo fece ricorso a tutti gli strumenti che aveva per darci addosso, nessuno stato si occupava dei diritti umani e il resto dell’Unione Europea era collassata, anche se nominalmente nessuno l’aveva dichiarata morta, come ai nostri giorni. Il Vaticano si era chiuso in se stesso, il papa Giovanni Paolo III non era all’altezza del suo successore. Penso ti ricordi dei giorni di giugno, a Bologna, fu un massacro, era dai tempi di Umberto I che non veniva aperto il fuoco sulla folla in quel modo.” “Ero lì. Non so ancora per quale motivo sono ancora vivo. Ero proprio vicino a piazza Verdi quando usarono i mitragliatori.” “Anch’io mi trovavo lì. Il 22 persi la mia ragazza e suo cugino. Non so cosa non mi spinse ad uccidere qualcuno di quei bastardi. C’è chi lo fece, ma una strana convinzione, troppo intima, mi diceva che non avrei ottenuto niente con una pistola in mano.” Nonostante le pizziche riempiano il mondo attorno a noi, si mescolino alla serata estiva, al caldo odoroso di cibi della sagra, io e Cosimo siamo altrove, lo sguardo fisso, come se volessimo annullare ogni pensiero, come se potessimo farlo. “A molti sembrò la fine. Tutti sapevano quello che stava succedendo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Olanda o in Francia, i ricchi si chiudevano in enclave dette comunity e lasciavano il resto del paese a sgozzarsi per un tozzo di pane, per un pezzo di legna da ardere. Però fu proprio quello che ci permise di risollevarci, cominciammo ad occupare dapprima palazzine, poi terreni, infine varie zone del paese, anche se in maniera caotica, spontanea. Ai ricchi, a chi poteva permetterselo, ed erano in pochi, non importava nulla di noi. Forse avevano le armi, ma ciò che premeva loro era che noi non li importunassimo, e così fecimo.” Trascorrono i minuti, le frasi, le parole, Cosimo mi spiega moltissime cose, dello sviluppo delle energie rinnovabili, della ripresa economica, delle prime plastiche ottenute con il glutine, del sistema Apollo. Ad un certo punto lo interrompo, comincio ad essere stordito dal rosato, troppi anni di astinenza alcolica, mi sento già ubriaco. Faccio segno a Cosimo che sono abbastanza inebetito, lui sorride e mi dà una pacca sulla spalla. “Vado da Chiara, proverò a ballare, anche se sono anni che non sento delle pizziche, ma l’alcol mi farà diventare un provetto ballerino!” Cosimo se la ride di gusto, mi dice che posso andarlo a trovare vicino a Torre dell’Orso, che tanto sanno tutti dove abita, dove sono le sue terre. “Divertiti, che i tempi difficili non sono passati. La Confederazione è instabile e piena di folli armati!” Le parole sbattono contro una parete di incoscienza etilica, ho voglia di ballare.

Beddhu mio, come va? Parevi un tarantato ieri!” Chiara si alza dal letto, si stiracchia e con passi lenti si avvia in bagno. Dopo poco è di ritorno, si sdraia in parte a me e mi accarezza i capelli. “Ti giuro, eri fuori di te, sarà stato il rosato di Cosimo, ma parevi uno di quelli che mi è capitato di vedere per un corso di aggiornamento!” Ci metto un po’ a prendere possesso della mia bocca, ma qualcosa riesco ad esprimerlo, perché Chiara mi risponde.

Certo, pensavo ne avessimo già parlato in ospedale. Sarà stato nemmeno un anno fa, stavo studiando le corrispondenze tra musica e guarigione, quando una mia docente mi ha parlato di un fenomeno tipico delle nostre terre, di come certe tensioni inconscie trovassero il loro sfogo attraverso la musica tradizionale. Ne avevo sentito parlare, ma mi avevano detto che si trattava di cose passate, e invece la docente mi porta un giorno di giugno in una casa vicino a Nardò, dove assisto ad un esorcismo musicale. Certo molte cose erano cambiate rispetto al tarantismo diciamo classico, però rimasi lo stesso sbalordita.”

Poco dopo sono in piedi, ancora stordito, ma non sono i postumi dell’alcol, almeno non solo quelli, tutto un miscuglio di emozioni, i discorsi di Cosimo, l’euforia del ballo, il neotarantismo, poche ore di sonno. La solita sensazione di trovarmi sospeso, di essere immerso in qualcosa di vago, delicato forse, non vedo linee, ma immagini che si deformano. Spesso mi sorprendono dei ricordi, attimi di nessuna importanza, notti o sere di qualche secolo prima, quando non c’era alcuna Federazione, quando tutto riposava, quando la storia sembrava un succedersi sempre uguale di guerra e pace, di boom e di crack, di povertà e ricchezza. Scaccio la sensazione malinconica che mi stringe la pancia, ma la memoria mi assale alle spalle, mentre guardo senza vedere attraverso una finestra della cucina. Sorrido in fondo il novembre del 2004 mi pare così innocuo, così stupido di fronte al poi, a quello che è successo, ma ritorna, ecco tutto. Dei suoni bassi, delle melodie che si adattavano alla mia stanza, al tepore addomesticato, alla felpa logora frutto di chissà quale ricerca modaiola, ad un libro che ora è anidride carbonica nell’atmosfera, scarto di combustione.

Per adesso me ne sto con le mani in mano, dormo un sacco, faccio lunghe passeggiate, nuoto stando attento a non oltrepassare le boe rosse a risonanza magnetica, che tengono lontani i pesci pericolosi per l’uomo. Alcuni sostengono siano stati immessi nei mari di tutto il mondo di proposito, esseri modificati, incroci da film di serie B. Per quello che mi riguarda, tutto è possibile, magari non c’è dietro nessun progetto, ma la cosa in sé, il fatto che esistano tali animali presuppone un uso aberrante della tecnologia, una totale incoscienza. Ho ancora in mente l’anno in cui ci fu una proliferazione di alcuni batteri creati negli anni ’80, per assorbire il petrolio fuoriuscito dalle petroliere, fu un colpo durissimo per chi aveva tentato di riciclare il possibile. Senza che si potesse fare qualcosa ogni componente plastico venne ridotto in polvere, come una peste, un’epidemia inorganica. In altri tempi, prima della Crisi, sarebbe significato il collasso immediato, ma ormai c’era ben poco da distruggere. Qui l’impatto è stato ridotto, come Cosimo mi ha detto, perché la Ricostruzione si era avvalsa dapprima della galalite, una plastica derivante dal latte di vacca e poi era stata sintetizzata la glutinite, derivante dal grano. Sono sempre distaccato, cerco di scuotermi, ma vivo nel passato, onde di pensieri mi gettano sempre al largo, lo sforzo di arrivare su questa costa, dove cammino, dove mi bagno, dove cerco di non bruciarmi la pelle, è inutile.

Nella Confederazione nordamericana

Tutto è stato rapido, veloce, come un assassinio politico. Il senato confederale ha decretato lo stato marziale e il sangue è cominciato a scorrere. Dapprima l’esercito regolare, poi le milizie delle comunity, ed infine gli stessi abitanti delle comunity. Orde di bianchi se ne andavano in giro sulle loro autovetture lussuose a sparare a chi non era già stato ammazzato dall’esercito. Ci furono linciaggi, roghi e crocifissioni. Gli antirepubblicani, che erano i rivali del partito del Nuovo Ordine, sostenitori della guerra totale per la supremazia della razza ariana e l’abbandono di ogni forma di governo federale o confederale, stavano prendendo il potere. Il presidente Andrew chiamò i suoi alleati in Europa, fu laconico, ma quello che doveva dire non poteva implicare molti giri di parole. Il suo corpo fu ritrovato alle 22, ora di Vancouver, colpito da evidente overdose di yuje. Il giorno dopo, con un solenne discorso, il Reverendo McGregor annunciava alla Confederazione nordamericana, che lo stato di emergenza sarebbe durato fino a che non fossero stati sconfitti i regimi del Mediterraneo e i loro alleati asiatici.

Barcellona era stata distrutta, una bomba da un megatone aveva cancellato la capitale della Repubblica autonoma di Catalogna. I tre paesi della Federazione del Mediterraneo che detenevano armamenti nucleari, la Persia, nata con un colpo di stato dopo l’attacco della NATO nel 2012, l’Alleanza della NuovaPalestina, che controllava i vecchi stati di Israele, Siria, Libano e Giordania, e la stessa Repubblica del Meridione si riunirono immediatamente. Nessuna delle tre potenze era desiderosa di rispondere con un attacco termonucleare. Furono fatti dei tentativi diplomatici, ma gli antirepubblicani non ne volevano sentire di trattare, chiusero ogni canale, affermando che esseri inferiori come i semiti e i latini meritavano solo la morte. Poco dopo quella dichiarazione, il Reverendo McGregor, che oramai controllava la Confederazione nordamericana rise di una risata oscena. Dopo quella risata il silenzio.

Il resto del mondo stette a vedere, lo scontro era una linea che divideva il pianeta in due parti, tutto ciò che non era NordAmerica o Mediterraneo non significava nulla. La Cina era incapace di reagire, il crollo del partito comunista nel 2012 e la rivoluzione del 2013 l’avevano gettata in ginocchio, molte regioni vivevano ormai un’esistenza del tutto autonoma. Il principato di Kiev che controllava l’Ucraina, la Bielorussia e le regioni del Caucaso era un governo del tutto fantoccio, in mano alla mafia, il cui capo era uno schiavo dello yuje, un folle che si proclamava zar, che credeva sotto effetto della sostanza cosmogena di governare qualcosa. Tutto il resto degli stati versava in condizioni non dissimili, le unità nazionali, le basi sociali del secolo XX erano collassate. La fine del petrolio aveva ridotto il pianeta terra in un ammasso di rovine. Il controllo dei vecchi stati era in mano a bande paramilitari o a visionari che si proclamavano guide spirituali. Il “modello africano”, regimi dispotici che governavano milioni di esseri umani che si riproducevano esponenzialmente, era ormai esteso ovunque, eccetto nella Federazione mediterranea, e in un certo senso, anche nella Confederazione nordamericana.

Il parlamento della Federazione decise, dopo una seduta di trentadue ore di gettare tutti i missili a disposizione sugli obbiettivi principali della Confederazione. Era il suicidio, era la fine, ma di fronte alla follia degli antirepubblicani non vi era possibilità alcuna, che avessero reagito o meno, sarebbe stata comunque la fine.

Il 15 giugno del 2020 morirono i due miliardi di persone che abitavano nella zona mediterranea e in quella nordamericana. Nel resto del pianeta si innescarono le reazioni a catena, i software che gestivano i missili nucleari, sopravissuti alla Crisi e all’“epidemia della plastica” dimostrarono la loro ottusa, sorprendente e macchinica efficienza. Senza che nessun dittatore o capo neotribale potesse reagire, i codici di gestione si erano smarriti durante le varie rivolte, missili nucleari partirono dai vecchi territori della Cina, dell’India, del Packistan e da tutte le restanti potenze atomiche. Le testate piovvero da ogni parte, colpendo obbiettivi stabiliti decenni prima, obbiettivi che non avevano alcun senso strategico, ma oramai non esisteva nessuna strategia, eccetto il genocidio totale.


Alcuni decenni dopo

Io e Said ce ne stiamo sdraiati sotto una palma, sorseggiando del vino parecchio forte, rosso cupo, legnoso, che ti rimane in bocca a lungo. Ci godiamo il pomeriggio, il tepore di queste giornate senza nubi. Ancora per poco, dicono che tra meno di un mese inizierà a piovere. Noi speriamo di essere altrove. Copenaghen, Stoccolma, comunque a nord, dove il clima è più mite, dove le dighe tengono ancora.

Ce ne stiamo in silenzio, in una sorta di contemplazione del mondo, sufficientemente ebbri da starcene in pace. Non mi ricordo nemmeno dove ci siamo incontrati io e Said, forse lungo una strada o in uno dei campeggi che affollano il Centro.

Said dice di venire da Oriente, ma non sa nemmeno lui dove. Nato di qua, cresciuto lì, andato di là, un po’ come tutti. Potrebbe avermi raccontato un sacco di cazzate, molti lo fanno, tanto nessuno ti sta a controllare. La gente gira, dove ci sono villaggi agricoli, dove ci sono fiere o lungo le strade dei pellegrini.

Sono sdraiato su un prato, dove c’era un lago, così mi hanno detto. Molti anni prima c’erano un sacco di cose e altre cose non c’erano, come le arance che abbiamo raccolto per alcuni contadini in cambio di un giaciglio, di qualche pasto. Nella tasca ho ancora una confezione di ghiande, così chiamano quella roba che mangiano alcune tribe. Ogni volta ha un sapore diverso, dipende penso da quello che usano come base per la sintesi. A me non dispiace, anche se preferisco quelle cose che puoi trovare in posti come questi, dove è rimasta in piedi l’agricoltura. Le tribe snobbano i contadini, così si creano tutto quello di cui hanno bisogno, raccogliendolo in giro. Alcune praticano il saccheggio, ma sono poche.

Potrei rimanere anche qui, ma so che prima o poi inizieranno le piogge, quindi le alluvioni, i tifoni e tutte quelle cose contro cui lottano sempre i contadini. Non ho voglia di ricostruire ogni volta le serre, le vasche, i silos. Me ne vado in giro, mi fermo dove voglio, magari attaccandomi a qualche colonna di vagabondi.

Anch’io facevo parte di un villaggio, non molto lontano di qua. Non stavamo male, potevamo permetterci due pasti al giorno, persino la carne una volta al mese. Poi, una notte, il fiume si è ingrossato. In poche ore tutta la zona delle serre è stata spazzata via. Pochi sono rimasti. Io ho preferito andarmene. Prima verso sud, ma il deserto era già troppo esteso, così sono tornato verso nord.

Vorrei tornarmene a casa!”

Quale?”

Said scuote la testa. Penso stia pensando a luoghi lontani, che probabilmente sono invasi dalle acque.

La mia gente abitava una terra fertile. Ma ci fu una guerra e furono costretti a emigrare. Tutto divenne deserto, poi ci fu il Diluvio e chissà cos’è rimasto.”

Ho sentito parlare di certe cose. Ma io sono nato dopo. Le guerre e il Diluvio erano cose che mi raccontavano da piccolo. Nessuno si ricorda nemmeno gli anni. Ognuno li conta in base ai propri ritmi, così non sono mai riuscito a capire un granchè. Mi ricordo di un profeta, ero piccolo, vicino al villaggio era passata una colonna di pellegrini, che si recavano verso dei ruderi, dicevano che lì c’erano stati miracoli, che quel luogo era sacro. Noi, del villaggio li avevamo guardati con curiosità, erano buffi, oltre che magrissimi. Probabilmente non mangiavano da giorni, avevano i visi stravolti dalla fede. Uno dei nonni diceva che dopo il Diluvio ne aveva visti passare a migliaia di pellegrini, diceva che camminavano a lungo, fino a che non stramazzavano a terra, in cerca di luoghi sacri dove mettersi a pregare per giorni e notti. Molti abbandonavano i villaggi per seguirli. Noi non avevamo posti dove pregare, ci rivolgevamo al cielo o alla terra, perché le piante crescessero, o perché non piovesse troppo. Tutto qua, nessuno di noi aveva mai avuto quei volti, nessuno balterava le cose che avevo sentito.

Mi alzo, devo a andare a pisciare. Said si è quasi addormentato, io mi aggiro soffice, alleggerito dal vino. Una nuvola scorre veloce, forse un avvisaglia della stagione brutta.

Le radiazioni e il fall out radioattivo cancellarono l’umanità entro il 2035, anche i politici che si erano chiusi nei bunker non sopravvissero. Furono fatti tentativi per conservare degli individui, per ricombinare il DNA a disposizione nelle banche dati dei servizi segreti, ma fu un insuccesso, per la pazzia che dilagava nei rifugi, o perché l’ingegno non poteva sottrarre l’essere umano al suo destino.

Note conclusive

Questo è quello che siamo riusciti a capire. Gli archivi dei Nuovi, così si fanno chiamare, sono stati letti e riletti, molte cose si sono perse, ma le onde cerebrali degli esseri umani erano talmente potenti che i loro ricordi, quelli di alcuni individui si sono conservati. Abbiamo così utilizzato i ricordi di un individuo, scelto a caso tra le milioni di frequenze che siamo riusciti a captare. Potevamo inserire altre registrazioni, ma, a nostro parere, il risultato di questo resoconto non sarebbe mutato. Alcuni frammenti di memoria artificiale dei sistemi di rilevamento appartenuto ai servizi segreti della Confederazione si sono conservati e ci è parso il caso di aggiungerli alla registrazione delle onde cerebrali. I nostri studi hanno dimostrato che gli esseri umani non erano a conoscenza di queste onde. Il fatto non deve destare stupore, l’eccessiva fiducia degli umani nella loro capacità di manipolare la materia, aveva atrofizzato le loro capacità psichiche. Abbiamo analizzato i Nuovi, ma benché di indole pacifica e serena, sono pur sempre dei discendenti di quelli che venivano definiti dei roditori. Un vero peccato non aver potuto conoscere gli umani, la nostra ricerca sull’origine della divina essenza che pervade il pluriverso, siamo sicuri, sarebbe approdata a qualcosa di significativo. La nostra squadra ha tentato di recuperare dei frammenti di tessuti umani, ma le radiazioni avevano reso inutilizzabile il DNA. I nostri tentativi si sono svolti sotto gli occhi beffardi dei Nuovi, che si sono dimostrati contenti del nostro fallimento. Interrogati su questa loro arrogante soddisfazione hanno risposto – il loro sistema di pensiero è collettivo e non individuale – che gli umani si sono meritati la morte, che se si sono estinti è stato tutto sommato un bene, una loro eventuale proliferazione nel resto del pluriverso – concetto che essi ignorano, ma che qui abbiamo preferito rendere in tal modo – avrebbe solo significato la rovina di altri pianeti. Non siamo riusciti nemmeno a sintetizzare lo yuje, la sostanza cosmogena. Confidavamo che il suo studio ci avrebbe permesso di capire molto, ma pur avendone ricavato la formula tramite gli archivi dei Nuovi, il componente principale, una molecola modificata, derivante dalla placenta umana, non esisteva più, irrecuperabile come tutto il resto del corredo genetico umano. Abbiamo lasciato il pianeta che ora è chiamato Acqua con la precisa idea di aver fallito, con la consapevolezza che ci siamo lasciati sfuggire qualcosa di importante. La nostra esplorazione di questo settore di galassia prosegue, anche se per ora non vi sono tracce di vita.







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