Le immagini si sovrapponevano vorticando in un caleidoscopio come di un trip di acido lisergico, le note di musica melodica e un beat leggero addolcivano le serate, le ultime cartacce s'inseguivano portate da un vento tiepido. In fondo si stava bene.
Il tramonto già scendeva dietro i colli, le strade si riempivano di quella luce serale, che in verità è ombra e che in altri luoghi, davanti al mare o su una vallata svuota la mente e riempie di calma. Dentro una fabbrica di Bologna invece è una variazione di luce all'interno delle telecamere a circuito chiuso, avviso di altre, molte ore di lavoro.
Sapere come ci era finito dentro il protagonista riportava a eventi e cause anche distanti che porterebbero via interi capitoli, migliaia e migliaia di pagine, fitte fitte, dove la geografia s'intreccia alla storia, la religione alla pedagogia, la psicologia alla televisione, un intrico difficile da svelare. In fondo, ognuno è frutto di molteplici fattori che vanno ben oltre il proprio carattere, checché ne dicano i raccontatori.
Una delle molle più semplici e allo stesso tempo inossidabili era il denaro. Se una persona ha il vincolo di essere in un dato luogo per determinate ore, di solito, è per guadagnare dei soldi che poi verranno spesi e finiranno, così da far riniziare il ciclo: lavoro, spesa, lavoro. Ci sono poi altri stimoli: la rispettabilità, la noia, la mancanza di fantasia e quindi, di alternative. La fantasia non è solo individuale, ma anche della società in cui si vive: se non si sa sognare collettivamente, presto o tardi si finirà per dormire anche con gli occhi spalancati.
Il protagonista, il cui nome era uno dei tanti consentiti e che non ha molta importanza, era un uomo in cui la noia non solo aveva forzato le porte della vivacità, ma si era anche stabilita, arredando con il suo pessimo gusto, allargandosi ed espandendosi, fino a invadere la personalità intera.
Il 2015 non era un bel anno, non si può negarlo, non certo per quell'angolo di mondo. Forse degli elementi esterni possono spiegare qualcosa del protagonista e della sua noia.
Il 2012 e il suo carico di folli attese messianiche, catastrofiste, paranoiche, schizzate e deliranti era passato lasciando un po' di stucco tutti quanti, scettici e credenti che fossero. Senza cambiamento il mondo continuava a girare, con i poli magnetici al loro posto, con le solite stelle cadenti che non portavano all'estinzione di nulla, con diluvi, siccità, inquinamento e tormenti vari che non avevano nulla di eccezionale, almeno agli occhi di molti.
L'Italia così si chiamava quel pezzo di pianeta, una penisola situata al centro di un mare chiamato Mediterraneo, sembrava essere stata colpita da qualche disastro di epiche proporzioni, ma dato che si era consumato in lunghi anni, non impressionava quasi nessuno. I predicatori dicevano anzi che si stava bene, benissimo e non c'era nulla di cui preoccuparsi. Per aiutarsi a crederlo, per convincersi l'un l'altro, gli abitanti di quel pezzo di terra avevano deciso di ricorrere ad un ingegnoso metodo, una specie di spegnimento del cervello, in grado però di non intaccare le parti essenziali al funzionamento degli organi vitali. Potevano respirare, digerire o fare sesso, ma senza essere appesantiti da quella strana peculiarità degli esseri umani, il pensiero. Non era stato facile raggiungere una tale condizione che alcune religioni cercavano con molte fatiche da millenni. Ci erano voluti anni di tentativi, di combinazioni e fallimenti, ma grazie a robuste iniezioni di pessimismo, rassegnazione e tante tante droghe, un abitante dell'Italia poteva vantare un cervello nuovo, leggero come una foglia in autunno, sgombro come una discarica appena svuotata, limpido come une terrina di plexiglas.
Fuggire i problemi del mondo, rimanere impassibili di fronte al dolore, alzare uno sguardo distante sulle centrali nucleari appena inaugurate era segno di una certa saggezza. Raccontatori e predicatori si alzavano al mattino soddisfatti del loro lavoro, apparivano sugli schermi piatti con un sorriso di compiacimento, come chi ha fatto qualcosa di buono e per questo si è goduto il sonno dei giusti. Della polvere bianca nel loro naso incrementava il senso di piacere.
Non c'erano discordie, non c'erano crisi, non c'erano guerre, solo un sorriso che annunciava al paese un nuovo e meraviglioso giorno.
Wiston si svegliava sempre con un certo fastidio, gli occhi pesanti, le gambe molli, in generale con la sensazione di non aver dormito affatto. Trascinandosi in cucina cercava un bicchiere, lo riempiva di acqua filtrata, perché quella cosa che usciva dal rubinetto non era acqua, ingoiava due-tre pastiglie di cloruro di magnesio e sperava di riprendere conoscenza. Faceva degli esercizi con le gambe e le braccia, tentativi di mandare il sangue da qualche parte, di muoverlo, come la neve finta in una boccia di vetro o come l'alcol in uno shake. Certo, pensare all'alcol in questi frangenti riportava a galla numerosi tappi di bottiglie che per qualche strano motivo non galleggiavano, ma finivano sempre più a fondo. Il rituale ateo dell'aperitivo non faceva distinzioni di sesso, razza e religioni, cittadini o clandestini, anche se quest'ultimi erano troppo presi con i loro problemi di sopravvivenza per pensare se bersi un moscato o un greco di tufo. Wiston si stupiva di come certi pensieri facessero capolino nella sua testa che pareva una brughiera coperta di nebbia.
Straniero, ma di pelle bianca, figlio di padre inglese e madre italiana, risiedeva in Italia da molto tempo, abbastanza per aver fatto suo gli innumerevoli riti che scandivano la giornata in quello che qualche anno prima chiamavano “Bel Paese”. Uno di questi era la tazzina di caffè piena di zucchero come unica forma di colazione, prima di svenire davanti ad un croissant che solo nel nome aveva una parentela con l'omonimo francese. Poi seguivano la lettura di un giornale, costituito da fogli pieni di immagini e parole, delle lamentele in silenzio o in pubblico sull'andamento della vita sociale, le ore di lavoro e infine l'agognato consumo di molte molecole di alcol, in grado di dare spensieratezza, loquacità, deliri di onnipotenza e vomito.
Quella mattina, mentre il caffè galleggiava in uno stomaco abituato al peggio e dallo sguardo malconcio, se mai uno stomaco potesse avere uno sguardo, Wiston attendeva con nervosismo che il campanello emettesse le note di un pezzo in voga la scorsa estate.
Non tardarono molti minuti, rispose con un laconico “scendo subito” e s'infilò nell'ascensore. Dal vetro poteva vedere il parco farsi più grande, mentre scomparivano in lontananza le periferie che ogni giorno avevano sempre più un tocco sudamericano, un che di salsa, samba e miseria.
La macchina tedesca ma assemblata in Macedonia lo salutò non appena si accomodò sul sedile in pelle di vacca indiana allevata nell'Amazzonia brasiliana. Il sistema informatico di bordo, fabbricato in Corea del Nord, lo informò della temperatura esterna, di quella interna, dell'andamento della borsa di Milano e del mercato nero, della partita dell'Inter e degli ultimi guai con la legge della cantante Alisha Goldlie. Alle parole seguirono i pezzi di qualche gruppo r'n'b cinese che cantava in inglese e italiano, il groviglio di tangenziali intanto lasciava intuire villette a schiera e palazzi obliqui separati da canali di scolo.
Le ore si stiracchiavano come un gatto, si sfilacciavano come nuvole, due e trentasei, la mente stava cedendo alle lusinghe del sonno, alimentate da un po' di vizio. La notte è lunga, senza far nulla lo è ancora di più. Fumare erba aiutava a stare svegli, anche se non troppo lucidi, il tanto che bastava per capire di non addormentarsi sulla sedia e di ascoltare elettrojazz, o qualcosa di simile. Gli effetti collaterali erano un'attenzione quasi maniacale per alcuni particolari, mentre i contorni, le cose in sé, se ne andavano per fatti loro. Una sorta di allucinazione, come un fantasticare ad occhi aperti e disinteresse per molte cose. La base ideale insomma perché potesse avvenire qualcosa di completamento diverso, speciale, straordinario.
Il protagonista desiderava che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, di buono s'intende, che desse un pur minimo senso al suo andare e venire nella veglia di quella notte ed in generale della vita. Molti abitanti di quel paese chiamato Italia condividevano questa speranza, tre anni prima non era successo nulla, presto qualcosa sarebbe accaduto.
Le telecamere captavano sempre le stesse immagini, le quattro vie che circondavano l'azienda farmaceutica Omega Hofmann. I passanti si erano dileguati da tempo, persino i gruppetti di bevitori che per convinzione o ebrezza se ne fregavano della legge cittadina che obbligava, dopo le 23, a non camminare in più di tre persone nelle zone residenziali.
Sussistevano delle probabilità di furti, anche elevate considerato l'andazzo, ma il protagonista se ne sbatteva. Per quello che lo pagavano avrebbe persino aiutato i ladri a portarsi via la refurtiva in cambio di dieci euro, il prezzo di una birra media. La cosa buffa era che ai tempi dell'Università quando faceva lavoretti per pagarsi i vizi, sapendo di qualcuno che si faceva le notti in albergo si prometteva solennemente che non avrebbe mai lavorato di notte, neanche se pagato profumatamente. In questo caso, l'unico profumo che avvertiva era quello di una pesca troppo matura che si era portato da casa, la sua colazione.
Mi hanno detto che è facile, ve l'ho detto migliaia di volte, se non volete farlo, ci vado da solo.
Antonio, detto Toni perché originario di Venezia ma vagabondo da sempre, non alzava mai la voce, non bestemmiava, non ordinava. Quando aveva in mente una cosa per lui era più che un desiderio, era cosa fatta, si sentiva addosso tutta la sicurezza che non ha bisogno di molte parole.
I due lo guardarono e senza far passare un secondo fecero di si, che andava bene, in fondo non c'era niente di rischioso, solo una guardia senza armi, più stupido di così..come se stessero scusandosi con Toni per la propria debolezza.
Il camper era parcheggiato da ore poco distante, in silenzio i tre se ne stavano sdraiati sui letti in attesa di muoversi.
E' tutta strategia. Neanche nell'età della pietra, tra due uomini non vinceva chi ha il bastone più grosso, ma chi era più furbo.
Toni parlava rivolto ai due ma pareva quasi che stesse parlando con se stesso, autocovincendosi della sua teoria della guerriglia psichica. La strategia migliore per colpire qualcosa o qualcuno è la distrazione, far credere al proprio avversario cose fasulle distorte, confondergli le idee con raffinate cazzate. Toni adorava le cose raffinate, il vino che solo a nominarlo ti vien voglia di berlo, baie e isole così belle che già quando le stai per lasciare sei pieno di nostalgia, era un ladro di buon gusto. I libri dello zio sparpagliati nel piccole e scomposto appartamento nel sestiere di Castello, a Venezia, lo avevano educato con informazioni bizzarre che non si trovavano tanto facilmente in giro, anche nel marasma del web. Repubbliche di pirati, funambolici ladri anarchici, tribù dell'Amazzonia senza capi, erano molto meglio di certe fiabe tibetane che andava di moda leggere ai bambini. Lo zio Alvise non poteva che raccontare a Toni le sue favole, quelle che in qualche modo avevano preso vita nei secoli passati. E Toni le prendeva come delle storie avventurose, con battaglie e vittorie, anche se spesso erano state sconfitte, ma Alvise preferiva chiudere con un suo vissero felici e contenti, trionfi l'anarchia, l'anarchia trionferà.
Per fare magie ci vogliono dei trucchi e voglia di divertirsi. Toni aveva saputo alcuni dettagli sul luogo, poi ci aveva ricamato sopra delle idee. Posti come quello si assomigliavano, edifici mal custoditi per risparmiare sugli allarmi e sul personale, che se c'è, se ne stava intorpidito davanti ad uno schermo.
Uscire dall'ambiente asfissiante della propria mente. Fuggire dall'angolo ristretto in cui vi hanno cacciato. Così diceva l'oroscopo di una rivista che aveva trovato in treno l'altro giorno, prima di arrivare a Bologna.
Camminando per l'edificio vuoto illuminato da luci al neon che si riflettevano su pareti bianche ogni tanto tappezzate di articoli di giornale, foto, quadri pessimi, piante, scrivanie, fotocopiatrici e altro ancora, i pensieri saltavano di palo in frasca, liberi di svolazzare senza dar troppo peso alla realtà. Poteva essere un bene e anche un male, ma spesso era un'accozzaglia di immagini e idee che apparivano e scomparivano, scompiglio che la notte assecondava.
Poi di colpo, il suono di un telefono fisso, la mente che si riassetta come una donna nuda che si debba vestire di corsa allarme sistema di supervisione...macchine climatiche
Forse manca ancora la gonna, il protagonista interrompe ogni suo atto mentale per poi far schizzare di nuovo la mente in mille piccoli svarioni. Era il sonno che si mangiava la voglia di stare svegli, di guardare qualche cartoanimato giapponese, di fumare una sigaretta, farsi una sega per poi addormentarsi, anche se non si poteva.
Combatteva con la stanchezza, le palpebre del protagonista si chiudevano quasi da sole, i tentativi di darsi una scossa e ripartire di slancio non facevano nemmeno in tempo a formularsi. Stava per dormire come un sasso, già si sentiva morbido come una pietra.
Le guardie private erano arrivate a fare il loro giro. La macchina nera con la striscia rossa aveva parcheggiato di sbieco davanti all'ingresso, due uomini ne erano scesi, la camera interna li inquadrava mentre entravano dentro l'edificio. Far finta di fare qualcosa era una buona idea per farsi trovare sveglio. Come erano venuti stavano andando, un controllo rapido e tutto sommato indifferente, era tardi erano pagati poco, che gliene fregava.
Nella veglia che tendeva sempre più al sonno, come un'ombra che si allungava sul marciapiede la sera, tra del funky vecchio di quarant'anni, il protagonista veniva sorpreso da desideri infantili, sentiva l'estate entrare dentro il suo corpo quasi adulto, la sentiva parlare di spiagge, del profumo della resina dei pani marini, di ragazze in costume e di una spensieratezza d'altri tempi, in cui c'erano altre monete, in cui tutto era a portata di mano.
C'era un gusto quasi ossessivo a imbottirsi di informazioni, come fossero falafel, canne o merendine. Notizie bizzarre, storie dell'occulto o documentari politici, venivano infilate nelle orecchie e negli occhi come trovarsi dentro un supermercato e poterlo saccheggiare impunemente. La sazietà e la successiva ricerca di interviste, spezzoni di trasmissioni o blog era spesso una paralisi di fronte alla realtà d'ogni giorno, allo scontro quotidiano. Sedersi, comodi osservare una parte del mondo andare in fiamme, mentre quella che stava dentro chiedeva di uscire.
La vita ci da' molto. Noi non lo capiamo perché abbiamo imparato, con ostinazione, ad accontentarci di poco...imparare ad amare le cose che si fanno, che si credono utili, piacevoli, importanti, imparare a vivere ora, qui...
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