sabato 5 febbraio 2011

Manaus

Un pomeriggio di luglio, il caldo insopportabile dell’estate nella
pianura padana. Una telefonata improvvisa, un accento milanese
mi dice che sono stato scelto per andare in Amazzonia. Le parole,
prima di arrivare al cervello corrono veloci nelle vene, pompate
dal cuore in gioioso tumulto.
Attenderò qualche mese prima di capire quello che andrò a fare,
ancora di più per rendermi conto dove andrò, e a distanza di
quasi due anni non sono del tutto sicuro di averlo compreso.
Inizio il mio servizio civile in un soleggiato ottobre, negli uffici
di una piccola e incasinata Ong. Per qualche settimana i tempi,
le modalità e le emozioni sono incerte, poi, lentamente una data
di partenza viene discussa e impressa su qualche programma di
un’agenzia di viaggi.
Dalla finestra di un vecchio stabile milanese osservo la pioggia
novembrina sopra una palma, la mente viaggia nei luoghi
immaginari fatti di ritagli di giornale e documentari dove
rigogliose crescono le sue sorelle.
Il 10 gennaio, accompagnato dalla mia ragazza, da Bologna arrivo
a Malpensa, agitato per il mio primo viaggio fuori dall’Europa: da
Madrid a São Paulo, da lì a Manaus.
Il verde intenso sulle colline sopra una delle più popolose città del
mondo è il primo angolo di Nuovo mondo che scorgo, poi ci sarà
l’estate fuori dall’aeroporto di São Paulo mentre aspetto la nuova
coincidenza per Manaus, persa per un soffio, i goffi tentativi
di parlare inglese, spagnolo e qualche briciola di portoghese
afferrata in una piccola grammatica da viaggio.
È notte quando arrivo a Manaus, il coordinatore del progetto mi
aspetta al ritiro dei bagagli, con lui attraverso per la prima volta
la lunga strada che dall’aeroporto va alla pensione dove alloggerò
i primi giorni, tra l’afa equatoriale e il disordine urbano a cui non
mi abituerò mai.
L’incertezza nata in Italia qui a Manaus, città di quasi due milioni
di abitanti nel cuore della foresta pluviale più grande del pianeta,
crescerà a dismisura, mescolandosi con le sensazioni molteplici
che danno i luoghi esotici. Incerto nei miei passi in questa
metropoli industriale, tra i centri commerciali del tutto simili ai
nostri se non fosse per le palme rigogliose, tra i bar dei quartieri
operai, nei locali per i ricchi, nei mercati della prelibatissima
frutta, nel porto dove ogni giorno arrivano persone da altre
parti del Brasile in cerca di lavoro. Ancora più incerto nel capire
le dinamiche sottili e complesse che stanno dietro un progetto
di cooperazione internazionale: i conflitti irrisolti, i soldi che
scatenano invidie, le idee imposte dall’alto, dalla bianca Europa e
le legittime aspirazioni dei partner locali, gli indios Sateré-Mawé.
Quello che dovrei fare qui è raccogliere i dati per completare uno
studio di fattibilità, in pratica capire se esistono le condizioni per
sviluppare un progetto, per poi chiedere denaro a finanziatori
pubblici (regioni, Ministero degli Affari Esteri, Unione europea,
ecc.) o privati (fondazioni bancarie ad esempio). I beneficiari sono
una popolazione indigena, i Sateré-Mawé, composta da circa 9000
abitanti, che vivono in un territorio grande come l’Umbria. Questi
indios sono conosciuti in Italia per il guaranà venduto nei negozi
del mercato equo e solidale. Si tratta di una bacca appartenente
ad una pianta autoctona dalla foresta amazzonica, nota per i suoi
effetti stimolanti dovuti alla elevata presenza di caffeina.
Malgrado un contatto relativamente intenso con la società
europea, che dura ormai da più di 350 anni, i Sateré-Mawé sono
stati capaci di mantenere viva e dinamica la loro cultura e la loro
lingua.
Purtroppo, quello che non è riuscita a fare la forza brutale delle
armi dei conquistatori portoghesi e della Chiesa cattolica che in
ogni modo ha tentato di distruggere l’intenso legame spirituale
che lega questi come gli altri indios alle forze dell’immensa
foresta che li circonda, o la schiavitù imposta dagli sfruttatori di
caucciù all’inizio del’900, insidiosamente lo sta facendo la società
dei consumi. Più potente dell’alcol, vera e propria piaga nelle aree
indigene, è la televisione che se ne sta appollaiata su qualche
tronco nella capanna principale di quasi ogni villaggio. Con una
semplice parabola e un generatore di corrente, le telenovelas
ambientate nei lussuosi appartamenti dei bianchi di São Paulo,
lontani persino dagli standard di quelli di Manaus, ogni sera si
fanno strada nell’immaginazione di vecchi e bambini.
E l’errore è tutto nostro di vedere in questi esseri umani i buoni
selvaggi che noi vorremmo essere, individui semplici e genuini,
a stretto contatto con la Natura. In fondo non sono dissimili
dai nostri padri, che appena hanno potuto si sono comprati
il privilegio di starsene comodi. Qui tutto è più veloce, si ha
l’impressione di passare in un attimo dall’età della pietra all’era
d’internet, ma i meccanismi sono gli stessi che hanno regolato
il nostro secondo dopoguerra, quelli che la mia generazione
giustamente critica e respinge: il consumismo, l’indifferenza per
l’ambiente, il possesso di denaro come unico valore. Ma io e i mie
coetanei possiamo permetterci il lusso di questi pensieri perché
i nostri genitori hanno costruito per noi un mondo comodo e
sicuro.
Penetro così in un mondo lontanissimo, fatto di fiumi in piena
e una vegetazione senza uguali, di capanne e fuochi attorno ai
quali parlare la sera, di sciamani e piante medicinali.
Eppure è un mondo così vicino, nelle discordie tra fazioni
all’interno del Consiglio tribale, organo di rappresentanza dei
Sateré, nel desiderio dei giovani di andare a vivere in città,
nella perdita di conoscenza dell’immenso patrimonio botanico
che è la foresta amazzonica, con i suoi frutti e le sue piante
dalle straordinarie virtù, nell’assistenzialismo determinato
dalle politiche statali brasiliane e dalla stessa cooperazione
internazionale.
Un mondo in grande movimento, dove tutto si trasforma rapido,
sotto il peso dell’economia brasiliana in forte espansione, o
l’incalzare della frontiera agricola che dal Mato Grosso minaccia
tutta l’Amazzonia con la sua fame di terre per la coltivazione
della soia transgenica e l’allevamento del bestiame o grazie ai
flussi del turismo europeo e nordamericano. Un mondo nuovo
che suscita meraviglia in ogni suo aspetto, nella luna piena sopra
il fiume Andirá, uno dei due principali corsi d’acqua dell’area
indigena Sateré; nel caos di Manaus, tra le sue industrie di
computer che crescono dove vent’anni fa c’era la giungla; nelle
nuvole dalle forme conturbanti che l’evaporazione delle acque
crea in continuazione.
Ed io, là in mezzo, tentando di capire, cercando di non cadere
in semplici stereotipi, evitando i giudizi più sommari su una
popolazione, quella brasiliana, così varia e così giovane, sia da
un punto di vista storico che demografico, portando avanti il
mio lavoro tra facili entusiasmi che si spengono in un attimo, tra
la confusione più totale e l’ottimismo incondizionato, elementi
imprescindibili del carattere di molti amazonensi.
Sei mesi passano veloci, specialmente in Amazzonia dove manca
totalmente il ciclico passare delle stagioni, dove le ore di luce
sono sempre dodici.
Lasciando l’Amazzonia e il Brasile non riesco a chiudere tutto
quello che ho visto e vissuto in poche parole, in scatole con la
dicitura “buono” o “cattivo”. Porto con me solo la consapevolezza
di aver vissuto qualcosa che non molte persone hanno avuto la
fortuna di vivere: l’incredibile bellezza selvaggia di luoghi che
l’Europa industriale e rurale non può nemmeno immaginare,
la sensazione della scoperta di sé che il viaggio in terre lontane
accelera potentemente e anche la noia, i contrasti, le difficoltà
estenuanti di lavorare con persone che non hanno il nostro senso
del tempo e dello spazio.
So che mi sposterò in altri paesi, che visiterò altre terre, ma
quel poco che ho visto dello stato di Amazônas, nel cuore
dell’Amazzonia brasiliana, rimarrà sempre fonte privilegiata di
paragone, il luogo dove andare a pescare affinità e differenze,
immagini e parole, racconti e storie.

http://freego.files.wordpress.com/2010/05/scriptamanent_web.pdf

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