
Invito i miei pochi lettori a scrivere le loro storie. Forza generazione 500 euro!
Da poco meno di un anno vivo a Bologna, la grossa, la grassa, la rossa. Dopo nemmeno undici mesi che sto qui posso tranquillamente dire che di rosso ci sono soltanto alcuni autobus, di grasso la cucina che abbonda di carne suina e strutto, di grosso, il fastidio generalizzato dei miei coetanei, neolaureati, sottoccupati, iperdemoralizzati.
Sono originario di Pordenone, cittadina del Friuli Venezia-Giulia, lo preciso perché spesso mi trovo a paragonare le cose di là con quelle di qua.
Ho sempre sentito dire l'Emilia-Romagna era una regione modello nella gestione delle politiche sociali. Eppure, quando varco con il treno il ponte sul Po che collega la provincia di Rovigo a quella di Ferrara ho la strana sensazione di entrare in un'altra Italia, un paese che chilometro dopo chilometro si fa sempre più pressapochista, disorganizzato e scellerato. Ma è una sensazione e sono abbastanza attento da non cadere in semplici quanto idiote divisioni, che piacciono tanto a molta parte della popolazione italiana. Il Nord non è molto meglio del Sud, certo, c'è più lavoro e l'organizzazione truffaldina della cosa pubblica e privata tende a essere meno violenta. Non ci sono sparatorie in piazza, ma le aziende non si fanno scrupoli a falsare i dati sulle emissioni inquinanti, non esiste l'emergenza rifiuti, ma le sostanze nocive vengono smaltite irregolarmente in Campania.
Quello che però è giusto dire è che in Friuli, molto probabilmente perché è una regione poco abitata e a statuto autonomo, la formazione con i soldi del Fondo sociale europeo non manca. Continuamente ricevo newsletter dove si promuovono corsi di base o work experience. A Bologna, capoluogo della ben amministrata Emilia-Romagna, tutto questo è un miraggio.
Eppure, non mi sarebbe dispiaciuto seguire un corso di inglese o di web design, nel tempo che disgraziatamente mi rimaneva libero quando ero disoccupato o anche oggi, quando invece sono occupato ma con un ridicolo part-time.
Ebbene sì, dopo mesi di copia-incolla, di telefonate e invio a tappeto di curricula qualcuno ha deciso di darmi del lavoro. Nel febbraio del 2009 sono stato assunto da una cooperativa con un contratto a progetto, per 6 euro netti (7 i festivi) svolgo un servizio di guardiania in un museo del centro di Bologna. Oltre a dare informazioni ai visitatori e controllare che tutto sia a posto, mi capita spesso di fare da guida in una parte del museo a cui si può accedere solo con visita guidata. Questa mansione non è un'extra al di fuori del contratto di appalto tra la cooperativa e l'ente pubblico che gestisce il museo, anche se parlare in inglese, francese o spagnolo con dei simpatici turisti non mi dispiace affatto, la guida la faccio sempre per 6 euro i feriali, 7 i festivi. E quando dico 6 euro, o 7, sono solo 6 o 7, perché con un contratto a progetto non esistono indennità di ferie, permessi, malattie o tredicesima.
Ma questo non è tutto. La cooperativa per cui lavoro ha altri appalti oltre quello del museo, essenzialmente servizi di reception e controllo in varie strutture, tra cui aziende private. Per guadagnare qualcosa in più rispetto ai 600-700 euro che prendo al museo, per non dover farmi comprare l'olio d'oliva da mamma e papà, ho acconsentito a fare anche delle guardianie notturne in un'azienda farmaceutica e in un altro museo. Quando l'ho detto ai miei amici studenti hanno storto un po' la bocca, come a dire che non l'avrebbero mai fatto – anch'io lo dicevo quando facevo l'università -, ma poi con un sentimento misto di pietà e invidia mi dicevano che almeno avrei guadagnato un sacco. Certo, per ogni ora che va dalle 22 alle 6 prendo la bellezza di un euro in più, esattamente come nei giorni festivi, 7 euro. La cosa rincuorante è che dopo mesi di lavoro non potrò nemmeno percepire il sussidio di disoccupazione, perché con un contratto a progetto non si ha diritto quasi a nulla. Come dice la mia gentilissima vicina che ha un negozietto di prodotti biologici e locali, il contratto a progetto è la legalizzazione del lavoro in nero. Quasi quasi guadagno di più quando aiuto, ovviamente in nero, i gestori del bar dove lavora la mia ragazza, anche lei con un contratto assurdo, che le riconosce solo un terzo delle ore che fa.
Ogni tanto leggo su delle riviste illuminate che la crisi o la rivoluzione ecologica che ci aspetta ci permetterà di avere più tempo libero e che sarà un bene enorme, purtroppo i giornalisti o gli eco-imprenditori che scrivono queste cose non hanno dei contratti a progetto pagati 6 euro l'ora e non si rendono conto che per vivere in una città italiana, con siffatti contratti bisogna lavorare giorno e notte, anche se non si mangia carne – sono vegetariano -, non si dispone di una vettura, o se si comprano lampade a basso consumo. Perché Bologna, come tante altre città del centro Nord è cara, carissima.
Purtroppo ho studiato storia del pensiero economico all'università e un po' del pensiero di Marx (ve lo ricordate?) l'ho imparato. Il saggio barbuto che ha fatto impazzire il mondo diceva che se un capitalista voleva fare soldi, o plusvalore, doveva o sfruttare la manodopera o far alzare i prezzi dei propri prodotti. In Italia stanno sono successe entrambe le cose. Zitti zitti, con il bene placito del governo, dell'opposizione e dei sindacati, hanno creato una situazione dove non potendo palesemente ridurre i salari, hanno preferito togliere le garanzie conquistate in un secolo e mezzo di mobilitazioni del movimento operaio. Così uno può dire di prendere 6 euro l'ora, che rimangono però sempre e solo 6, perché non esiste altro, non ci sono contributi. Vista poi la cronica mancanza di lavoro, l'esercito di riserva, come lo chiamava Marx, ossia il numero dei disoccupati disposti a tutto pur di lavorare aumenta a dismisura. Tralasciamo poi il discorso sull'aumento dei prezzi: qualcuno si è mai preso la briga di controllare quanto costa quella cosa orrenda e molliccia che chiamano pane o l'affitto di un monolocale?
Il pensiero marxiano mi consola e aiuta a spiegarmi perché ogni tanto mi vedo togliere delle ore che vanno a nuovi assunti. Per qualche cavillo a limite tra la legge moderna e la legge del taglione, i miei datori preferiscono far lavorare persone nuove pagate ancora meno di me. L'altro giorno, infatti, dando il cambio ad un mio nuovo collega nell'azienda farmaceutica, ho scoperto che lui viene pagato 6,5 euro l'ora il notturno. 50 centesimi in meno di me. Inoltre, lo sfortunato si fa 14 giorni su 16 con solo due giorni di riposo. E' vero bisogna ridurre gli sprechi, risparmiare, ma non sulla pelle della povera gente, mentre ci sono parlamentari, professori universitari o esponenti del mondo finanziario che prendono stipendi, e rimborsi, da capogiro.
Quasi quasi, se riesco a risparmiare, me ne torno in Brasile, dove sono stato 7 mesi con il servizio civile nazionale, almeno lì le aziende ti pagano i rimborso per il viaggio da casa al lavoro e i buoni pasto. Tanto, se continua così, anche qui tra dieci anni noi lavoratori ci troveremo all'alba in qualche lurida piazzetta, ad aspettare un caporale che ci sceglierà come il bestiame e ci porterà nella vicina piantagione di banane. Il cambio climatico farà miracoli.
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