domenica 5 luglio 2009

I giorni seguono le ore, 4 e 5 luglio

Via del Pratello, il sole rimpie di silenzio il pavè. Cammino quasi assorto, se non fosse che non ho pensieri, non di quelli importanti, qualcosa cerca di farsi strada, ma con pigrizia, legittima indolenza.
La casa è immersa in una penombra che invita ancora di più al torpore, ma suvvia, una spremuta di limoni ed una doccia fresca riscuotono le membra, pur senza interferire con i pensieri. Latitano. Mi lasciano in pace senza costringermi a dovermi confrontare con passioni autoprodotte e spesso idiote. Vorrei che questa sensazione si protraesse. So che la mancanza di sonno può indurre la follia, ma ora, qui con me è solo un'estrema lucidità, che non vuole sporcarsi di desideri e paure. Sono, quanto basta.

La sera è un buio screziato di rosso sul cielo che vedo dal cortile del Museo medievale. Il silenzio notturno di un via di Bologna in quiete. Album di fela Kuti si susseguono a tratti, saltano le tracce, spezzandosi in fiati e percussioni che invitano alla danza, accanto a palme e corpi.
Sabato sera di luglio, ventilatore che tenta di piegare il caldo, ma riesce solo a scompaginare le foglie di una palma nana. Mi alzo per osservare il dolce che mangerò a colazione, una crostata di cigliegie, non so se metterla in frigo, temo il caldo eccessivo delle stanze dove sono a fingere di custodire, ma temo di più che il freddo frigo possa indurirne i sapori. Decido che rimanga lì dopo aver assaggiato il mio desiderio di mangiarla.

Notte. Il sonno chiama, sbisbiglia tra le pale del ventilatore. Dice alle dita di lasciare l'inganno del giorno per seguire il sonno che precede l'alba, quello più intenso, in cui le parti del corpo tornano una sola cosa. Sussurri di quiete, di abbandono, mentre i colori del film si sono spenti, altri luoghi dell'Oceano, altri tempi. Ci vorrebbe più pace e più fiducia.

Il pavimento di terracotta è bagnato, ancora intorpidito, come se non avessi abbandonato del tutto il sonno, osservo l'angolo di cielo che al mattino si specchia nell'acqua del temporale di questa notte. Colonne che formano un portico, un pezzo di torre più vivida del reale, il cielo che sa di azzurro e del rosso dell'argilla cotta, rondini che seguono le loro traiettorie, in cerca di cibo o di amori. Lascio annegarmi in questa macchia d'acqua, stupefatto del gioco dello specchio, ogni cosa è nuova il mattino, tutto riprende a vivere, come fosse la prima volta, anche la mia voglia di stupirmi.
Presto i veri inganni si fanno strada, conturbano la superficie piatta dello stagno, scandiscono ore e lamentele, ma cerco ancora di tirarmene fuori, per non limitarmi a vedere la vita sempre attraverso gli specchi deformati delle solite idiozie. Solo essere, come quelle due rondini che si sono sfiorate quasi per caso, dividendosi nella porzione di cielo che vedo qua in basso.

Nessun commento:

Posta un commento