lunedì 14 settembre 2009

Il ricatto del lavoro




Sul lavoro si è scritto molto, essendo la base del nostro sistema di vita. Senza lavoro non ci sarebbe il cibo, i ripari dove dormiamo, i vestiti che indossiamo e migliaia di altre cose che esistono anche nelle società che per spregio e ignoranza chiamiamo primitive.
Il lavoro esiste da per tutto, che tu sia cacciatore-raccoglitore della foresta amazzonica o manager di una multinazionale con sede ad Amsterdam, prima o poi ti dovrai svegliare e andare a fare qualcosa che serva a procacciarti cibo e altre cose necessarie. E' come l'amore, o l'odio, non c'è cultura umana dove questo non sia presente.
La poligamia, la castità, le orge rituali sono modi differenti per gestire l'energia sessuale e l'affetto, così come c'è una notevole differenza tra andare a raccogliere tuberi nella savana e lavorare in fonderia 10 ore. Eppure, entrambe le attività servono a produrre di che sostenersi.
Ora è chiaro che se i bisogni cosiddetti primordiali e i sentimenti sono universali – tutti gli esseri umani hanno fame e vogliono bene o odiano qualcuno – diversissimi sono i modi per gestirli.
La premessa è necessaria perché ogni società tende a rappresentarsi come un assoluto, a vedersi e a farsi vedere come quella più giusta, o come l'unica giusta1. Ovviamente la nostra cultura moderna, capitalista e democratica non sfugge a questa norma, anche se pretende il contrario.
Il lavoro nella nostra società è frutto di evoluzioni (o involuzioni dal punto di vista di altre culture o delle minoranze dissidenti che in essa vivono) storiche, di trasformazioni che hanno impiegato secoli a trovare la loro conformazione attuale. Dal periodo dei Romani dove il lavoro era considerato indegno di una persona libera si è arrivati alla dignità del lavoro sancita nelle costituzioni di molti stati democratici.
Queste costituzioni sono spesso il risultato di una particolare congiuntura storica, la fine della seconda guerra mondiale – come nel caso dell'Italia – o di una dittatura, situazioni in cui il lavoro era subordinato a rapporti di forza decisamente sfavorevoli per i lavoratori. Erano periodi in cui si ricostruiva non soltanto il paese ma anche l'immaginario sociale. Così nel secondo dopoguerra italiano, dopo anni di stenti, d'immigrazione verso i quattro angoli del pianeta, i cittadini del nuovo stato democratico potevano finalmente trovare lavoro non lontano da casa e a condizioni vantaggiose che permettevano di soddisfare i bisogni primordiali – o ritenuti tali: l'ozio e il gioco spensierato non sono un bisogno primordiale della specie? - e di fare piani per il futuro. Il capitalismo, grazie all'apertura di nuovi mercati, un tempo dediti all'economia di sussistenza, dove cioè si produceva per il consumo immediato e locale – sistema di produzione che l'essere umano ha sostenuto per migliaia di anni – e le necessità di ricostruire quello che era stato distrutto con la guerra – alcuni maliziosi potrebbero sostenere che il secondo conflitto mondiale è proprio servito a questo, fare un enorme buco che poi doveva essere riempito – subì un'accelerazione improvvisa. Dopo sessanta anni il mondo è molto cambiato e anche le culture umane.
Dal bisogno di mangiare ora si è passati al bisogno di una vacanza rilassante in mezzo ad un verde che non è più portata di mano per le esigenze di sviluppo urbano e agricolo o ad una vacanza di evasione nei parchi gioco per adulti (Ibiza, Mikonos, Barcellona, Thailandia), pieni di discoteche, sostanze stupefacenti e sesso disinibito per sfogare tensioni accumulate durante l'anno lavorativo. Le cose che possiamo permetterci con il lavoro sono molte di più di quanto potesse immaginare mio nonno quando era piccolo o potesse mai avere un patrizio romano. E all'apparenza tutto va bene. Se non fosse che molto spesso lavoriamo troppe ore e non abbiamo il tempo per goderci i nostri oggetti da nababbi del XXI secolo, non dormiamo bene sui nostri comodissimi letti ortopedici, mangiamo cose che un raccoglitore del paleolitico avrebbe considerato con forte sospetto. Insomma, il lavoro ci porta via tempo, energie e passioni che potremmo dirottare direttamente per la soddisfazione dei nostri desideri. Da presunta fonte di liberazione è diventata una forma di schiavitù che per giunta non è più neanche facile trovare.
In tempi di crisi economica tutto questo discorso si fa ancora più drammatico. Il lavoro è poco e sottoposto a ricatti di ogni genere, che essenzialmente si riducono ad un bieco imperativo: o lavori a queste condizioni o non lavori. Anche in questo caso dei maliziosi potrebbero sostenere che la crisi economica ha proprio questa funzione: costringere i lavoratori a produrre beni o servizio a condizioni che favoriscono quelli che un tempo erano definiti padroni.
Più che mai quindi, il lavoro come noi lo concepiamo diventa tutt'altro che un'attività dignitosa, bensì un qualcosa di logorante e vergognoso. Si lavora tanto e male, si guadagna poco.
Le teorie devono servire a capire il mondo non a farci sprofondare nell'angoscia che questo non si possa cambiare. Le parole di Marx o dei sindacalisti anarchici hanno portato a scioperi e rivoluzioni, non a suicidi. Di questi tempi pare invece il contrario. Ci hanno detto che il sistema sociale in cui viviamo è determinato da piccoli e potentissimi gruppi di potere, con il consumo sfrenato di una gran quantità di belli ma inutili oggetti ci hanno distolto dalla ricerca di una socialità ed una creatività solidale e che ha cura di sé, del prossimo e del pianeta – se si ha cura di se stessi bisogna anche preoccuparsi e agire nel mondo che è la nostra casa. Tutte balle. Non è che non ci siano gruppi di potere gestiti da nevrotici maschi adulti che invece di avere una sessualità sana e giocare a nascondino e ballare sotto al chiaro di luna – tutte e tre attività piacevolissime e gratuite – si sbattono dalla mattina alla sera per arricchirsi e comprare prostitute, macchine e party incredibilmente spreconi. E da bravi nevrotici, incapaci di autocritica – come tutti i bravi nevrotici – pensano che anche noi dobbiamo essere come loro. Solo che non tutti possono guadagnare fantistiliardi al minuto, quindi dobbiamo sgobbare in fabbriche, bar, cooperative e altre situazioni lavorative pessime per pagarci una serata dove sperare di trovare un partner, per comprasi una macchina e le droghe per pensare di stare meglio.
Dobbiamo cominciare a cambiare mentalità ed unirci in gruppi dove discutere di nuove cose e non di quanto faccia schifo il mondo, darci altre priorità, fare un dannato ma necessario lavoro su noi stessi – un lavoro utile quindi – per capire che lavorare fino a 70 anni con mille insoddisfazioni e pillole di vario colore, per cagare, dormire, vedere omini verdi non è forse un gran bel vivere. La soluzione non è semplice, ma è l'unica che c'è.

Sul lavoro, come significato, storia e inganno consiglio un bel libro, piccolo ma incisivo:

Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, 2003, Roma.

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